Case di riposo, la riforma che manca al Veneto: «C’è troppo privato»

La Cgil: «Zaia riapra il tavolo di confronto, serve più controllo. E le Ipab pubbliche sono sfavorite»

Regione Veneto, se ci sei batti un colpo. Nell’emergenza Coronavirus ritorna di attualità la mancata riforma delle Ipab che i sindacati di categoria stanno chiedendo da tempo. «E che ora avrebbe consentito alle strutture pubbliche di avere più strumenti per affrontare la pandemia» dicono. Una promessa, la riforma, che il presidente Zaia aveva fatto subito dopo le elezioni nel 2015, e finora mai concretizzata. «Senza riforma Rsa e Regione si sono trovati completamente impreparati e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti». Si parla di 300 case di riposo per anziani, di cui oltre 100 strutture pubbliche, e di 34mila posti tra pubblico e privato: età media degli ospiti 85 anni, la stragrande maggioranza dei quali non autosufficienti.

«Le case di riposo? Un business»

Una riforma che secondo Elena Di Gregorio, segretario generale Spi Cgil Veneto, non si sarebbe fatta comunque prima della fine del mandato, indipendentemente dal Covid-19: «Eravamo già in una sorta di semestre bianco. Per questo nel 2019 avevamo intensificato le iniziative di mobilitazione sia nel territorio che in Regione a Venezia: c’erano stati tavoli tecnici, incontri con l’assessore Manuela Lanzarin. Ma avevamo capito che erano arrivati lunghi rispetto ai tempi che richiede una riforma e al dibattito in consiglio regionale che ci doveva essere. Stavano tergiversando e non l’avrebbero fatta prima del voto». Secondo i sindacati una riforma scomoda e difficile, perchè «ci doveva essere un’assunzione di responsabilità», che la Regione non si è assunta nemmeno con il Coronavirus: «Dopo il primo caso a Merlara abbiamo chiesto che intervenisse subito e siamo andati avanti a lungo invece con il presidente Zaia a dire che non poteva farlo perchè le case di riposo sono enti autonomi indipendenti. Poi la situazione è peggiorata e la Regione ha fatto quello che doveva, dando direttive. In ritardo però. L’Emilia aveva legiferato da tempo». E quindi si torna al punto di partenza: la mancata riforma delle Ipab. Di Gregorio continua: «Nella nostra regione è cresciuto il privato nelle case di riposo, ora è un settore di business. Con l’allungamento della vita c’è una quarta fascia di età, tra l’altro quella con maggiori patologie e l’aumento della non autosufficienza. Non è un caso che ci siano soggetti stranieri che stanno investendo su questo e le strutture sono cresciute come funghi. Quando abbiamo posto alla Regione il tema di un aggiornamento dei criteri di accreditamento e di una verifica della qualità strutturale e dei servizi significava mettere le mani rispetto a questi interessi».

«Concorrenza sleale»

«Noi abbiamo due tipologie di strutture: quelle pubbliche, le Ipab, e le case di riposo private, riconosciute dalla Regione, accreditate e con una quota sanitaria a carico della stessa Regione. Fare la riforma come chiedevamo significava rivedere i criteri di accreditamento, facendoli diventare più severi, per capire se la casa di riposo aveva i requisiti ed era in grado di prendersi cura degli ospiti o era solo un parcheggio di anziani». E nell’emergenza le carenze sono emerse tutte: «Ci sono state case di riposo non in grado di affrontarla. Del resto se non si ripensa al sistema della non autosufficienza non può essere una casa di riposo in cui il numero di infermieri è inadeguato a garantire l’assistenza sanitaria o in cui il medico la notte non c’è. Il sistema va cambiato perchè sono cambiati i bisogni, ci vuole una riforma complessiva che tenga conto di case di riposo, dell’assistenza domiciliare, dei centri diurni e di tutta la filiera della non autosufficienza». Dall’emergenza Coronavirus però qualche insegnamento è arrivato: ovvero la necessità di riorganizzare tutto il sistema «dai numeri del personale alle sue competenze formative», fino alla questione finanziamenti pubblici. «Denunciamo da tempo – sottolinea la sindacalista – il problema del fondo per la non autosufficienza e delle risorse per la quota sanitaria. Intanto bisognerebbe capire cosa c’è dentro la quota sanitaria, quali servizi sono compresi e se è ancora adeguata a fronte dei nuovi bisogni. E poi aumentare il numero delle impegnative, oggi ancora troppe le famiglie se ne fanno carico interamente, tra mille difficoltà. C’è una differenza fondamentale tra strutture pubbliche e private sul contratto di lavoro e quindi sui costi: le Ipab pagano l’Irap, le case di riposo private no. E’ un tema che abbiamo chiesto alla Regione di affrontare perchè crea concorrenza sleale. Se ragiono sempre sulla riduzione dei costi tutto ricade sulla qualità del lavoro e sulla cura delle persone».

«Serve un controllo pubblico»

Al presidente Luca Zaia la Cgil chiede di «riaprire subito il tavolo di confronto facendo tesoro da quello che ci ha insegnato questa emergenza» per avviare una riorganizzazione generale tenendo conto dell’età media degli ospiti delle Ipab, 85 anni, e dell’aumento della non autosufficienza: «Vorremmo che ci fosse un controllo pubblico sulle case di riposo, il rischio con la mancata riforma era che le Ipab tendessero a trasformarsi in fondazioni per potersi privatizzare e quindi ridurre il costo del lavoro. Il controllo pubblico è fondamentale perchè le strutture fanno parte della filiera socio-sanitaria a tutto tondo. Se ci fosse stata, la riforma avrebbe aiutato le Ipab nella gestione Covid- 19 ad avere degli strumenti in più rispetto alla zona grigia in cui si trovano. Invece la Regione non ha ascoltato nè i rappresentanti dei lavoratori nè degli ospiti delle strutture. Ci fosse stata la riforma ci sarebbe stato anche un diverso atteggiamento nei confronti delle parti sociali perchè tutti abbiamo l’interesse a far sì che le cose funzionino».

(foto Spi Cgil Veneto)