Mostra su Oppi, Vicenza si è arresa. Ma è solo una questione economica?

Al di là dell’emergenza coronavirus che ha fatto chiudere i battenti, nessuno pensa a sciogliere il vero nodo: la politica culturale

Sinceramente dispiace che la mostra “Ritratto di donna. Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi” sia stata anticipatamente chiusa, come purtroppo è avvenuto per altre mostre non solo in Italia, a causa dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Il ridotto numero di visitatori – 26 mila invece di 62 mila previsti – apre un buco di bilancio di 750 mila euro. Comprensibile è l’amarezza degli organizzatori e dei curatori, impegnati in un evento su cui contavano molto, cui a suo tempo ho rivolto delle critiche per i modi in cui è stato progettato e narrato.

«Con grande rammarico e un profondo senso di tristezza dobbiamo arrenderci», ha dichiarato il sindaco di Vicenza, Francesco Rucco, «convinti di aver indicato per il futuro una nuova prospettiva culturale attraverso il coinvolgimento e la collaborazione delle principali istituzioni della città che hanno saputo, con capacità e competenza, rappresentare e valorizzare al meglio la storia, l’arte e l’architettura offrendo a Vicenza un evento espositivo di altissimo livello».
Sono stato tra i primi ad esprimermi favorevolmente su Vvox riguardo la svolta coraggiosa dell’amministrazione comunale, che invertiva la tendenza a privilegiare presenze esterne con proposte estranee al patrimonio culturale vicentino. Ma dubito, stando a questi risultati, che le principali istituzioni della città riusciranno «a rappresentare e valorizzare al meglio la storia, l’arte e l’architettura della città».

Tralascio l’aspetto economico, che, puntando sull’incremento turistico, non pare abbia fin qui tratto grandi vantaggi, non solo a causa del Coronavirus. Guardo all’aspetto culturale dei tre grandi eventi concepiti per dare prestigio alla città del Palladio. Se non si assisterà ad un salto qualitativo che serva da cassa di risonanza, non penso sarà soddisfatta la legittima vocazione di una città d’autore come Vicenza, che ha bisogno di altri approcci e apporti. Stupisce che la politica locale non abbia la percezione di ciò che accade, che i mezzi di comunicazione, assecondandola, non si rendano conto dell’importanza di dare spazio a voci alternative. Nessun dibattito si apre su questi temi nelle aule consiliari, nessun confronto è ospitato nelle pagine dei giornali, che maturino nei cittadini una coscienza critica e negli amministratori la responsabilità delle scelte.

Purtroppo, la critica d’arte, e quella del costume, su cui intere generazioni si sono formate, è morta, sostituita da resoconti generici e melensi che fanno il gioco delle parti. L’unico intervento critico rilevante che ho letto sulla mostra in Basilica Palladiana è di Vittorio Sgarbi in un settimanale. L’ho apprezzato, pur sapendo che Sgarbi dice le cose a modo suo, con passione e veemenza. Ma basta a convincerci che il suo giudizio, a dispetto della fiducia cieca che qualcuno ha nella sua parola – «uno dei più grandi critici italiani» ricorda Rucco – sia davvero lusinghiero sulla mostra: «la più ricca e sofisticata che Vicenza abbia avuto negli ultimi anni»?.

Confortato dal parere di altri illustri studiosi chiedo ai responsabili delle istituzioni vicentine se la figura di Oppi sia stata debitamente inquadrata, se non sia giusto restituire il senso della qualità di un artista scegliendone i capolavori, se le collezioni civiche siano state privilegiate rispetto a quelle private, se sia bene creare una narrazione che possa accompagnare passo passo il visitatore dandogli la possibilità di orientarsi nel percorso espositivo.