Sanità veneta, i privati ringraziano la delibera Zaia-Tosi del 2006

L’assessorato saldamente in mano alle Lega. I numeri che raccontano una storia diversa dalle versione ufficiali. Le denunce inascoltate. Inchiesta

Ci sono numeri sui quali sono tutti d’accordo: i morti, i ricoverati, gli infettati da coronavirus. E ci sono numeri sui quali invece ci si accapiglia, ci si smentisce l’un l’altro: e sono quelli sui tagli alla sanità pubblica, avvenuti sia a livello nazionale che regionale. In altre parole, l’incubatore (un incubo…) di tutte le difficoltà che il nostro sistema sanitario sta affrontando in questa emergenza. I numeri sono numeri, ma c’è chi riesce a far raccontare loro una storia diversa dalla realtà. L’Azienda Zero della Regione Veneto in un dossier sulla sanità privata regionale voleva dimostrare che i suoi costi sono diminuiti negli ultimi dieci anni. Mentre tutte le analisi (numeriche) dicono il contrario. E, di più, a dirlo sono i fatti: difficoltà di ricoveri sempre maggiori negli ospedali pubblici, lunghissime liste d’attesa, visite specialistiche “depistate”, servizi dati in appalto all’esterno, fino ad arrivare ai carichi di lavoro dei dipendenti della sanità pubblica, ben prima dell’emergenza.

Il presidente della Regione Luca Zaia riempie di questi dati la sua pagina Facebook: in sintesi, l’attività dei privati vale il 16% della sanità tutta (quindi quella pubblica è l’84%), i posti letto gestiti dai privati sono il 18% del totale, e anche la spesa per le convenzioni è diminuita del 6%. In una conferenza stampa, poi, Zaia ha limato ancora, sostenendo che l’attività dei privati non supera il 12%. Vero? Falso? Esagerato? Come sono stati aggregati/disaggregati i dati gentilmente analizzati in house dalla sanità veneta?

Le cifre che pubblichiamo raccontano un’altra storia, e mettono assieme numeri desunti dallo stesso sito istituzionale della Regione Veneto. Si prende in esame il numero di posti letto, che comunque è solo uno dei binati sui quali corre l’organizzazione della sanità. Il periodo è quello tra il 2002 e il 2019, 18 anni di gestione della sanità regionale a trazione prevalentemente leghista. I dati finali sono: 3629 posti letto in meno negli ospedali pubblici, 517 posti letto in più assegnati alle strutture private. In termini percentuali, il pubblico scende del 20% (da 17.879 a 14.250) e il privato aumenta del 16% (da 3188 a 3705). Se nel 2002 la sanità privata “valeva” più o meno il 16%, oggi è balzata al 24%. Un terzo in più. Tutto questo, almeno apparentemente, stride con quanto proclama Zaia. Che infatti nel dicembre scorso, all’indomani della presentazione del dossier di Azienda Zero, è stato subissato dalle critiche. Di tutti: pazienti, medici, infermieri. Solo i privati sono stati zitti, e si capisce. Tra l’altro disaggregando i numeri, ci si accorge di alcuni curiosi fenomeni: i servizi per la riabilitazione dei privati, per dire, sono aumentati del 62%.

L’origine di questa politica ha una data precisa: l’approvazione della delibera regionale numero 4449 del 28 dicembre 2006. Giancarlo Galan, allora presidente della Regione, non era presente alla votazione, al suo posto c’era il vice, Luca Zaia. Mentore, l’allora assessore alla sanità e ai tempi leghista di ferro, Flavio Tosi. La pietra angolare è la riduzione dei ricoveri ospedalieri, evidentemente si spendeva troppo: per risparmiare non avrebbero dovuto superare il limite dei 160 ogni mille abitanti. Uno sforzo di razionalizzazione, si dirà, e infatti per la parte pubblica la norma è corretta e incontestabile: diminuite i ricoveri, e se ne fate di più, è semplice: non ve li paghiamo. Ma il bello viene per quanto riguarda i privati, gli «erogatori privati preaccreditati». Anche a loro si ingiunge di rispettare, in proporzione, il limite dei ricoveri, ma i soldi non si toccano. La delibera è esplicita: «il budget finanziario rimane invariato per tutto il triennio 2007-2009». Non basta: «Gli erogatori privati preaccreditati potranno modificare la produzione complessivamente erogata anche incentivando il passaggio al regime ambulatoriale delle prestazioni previste». Tradotto: potete aumentare il volume delle visite specialistiche, così recuperate il denaro perso con i ricoveri. Alla Regione non interessa spendere meno, interessa far scendere la percentuale dei ricoveri.

Con il senno di poi, il risultato sarà il taglio dei posti letto. E mentre il budget per il pubblico proporzionalmente cala, quello per i privati aumenta. Per loro, tutele ad ogni riga della delibera: mantenuto l’aumento del 3% previsto nel 2004, riconosciuto per il 2007 un incremento finanziario dell’8%, per il 2009 un altro 3,23% per compensare l’inflazione… Per finire con questa disposizione: «Qualora, in conseguenza della riduzione dei ricoveri, un erogatore privato preaccreditato non raggiunga il budget finanziario previsto, la quota finanziaria mancante sarà comunque garantita, in aggiunta al budget delle prestazioni ambulatoriali previsto per l’anno successivo e finalizzata alla riduzione delle liste d’attesa». Insomma, risparmio zero. Anzi: i soldi ve li diamo comunque.

Spiega ai mortali il paradosso di questo meccanismo Guglielmo Brusco, all’epoca assessore alla sanità della Provincia di Rovigo: «Si è detto ai privati: lavorate di meno e noi vi paghiamo lo stesso. Anzi, per recuperare potrete fare più prestazioni specialistiche. Di più, vi diamo un incentivo per diminuire i posti letto, un bonus per non erogare un servizio». Brusco non la manda giù, fa i conti e scopre che sono 230 milioni alla sanità privata. Lo denuncia, scrive alla Corte dei Conti, alla Guardia di Finanza, ai Carabinieri, alle commissioni competenti di Senato e Camera. Non se lo fila nessuno, gli par d’essere Don Chisciotte. La Corte contabile sentenzia che la delibera in questione è ok, ma si ferma alla parte che riguarda il pubblico. Intanto la Regione paga: il meccanismo previsto per tre anni viene prorogato per altri due, con un crescendo di esborsi: prima 30, poi 35, 45, 50 e l’ultimo anno 66 milioni di euro. Dice Brusco: «Perfino il direttore della sanità veneta, Domenico Mantoan, era perplesso, e i suoi ragionamenti fecero scrivere di “una concessione insostenibile e ingiustificata”». Tutto il processo che ha visto negli anni crescere le critiche sulla privatizzazione strisciante viene da lì, perché il meccanismo non è sostanzialmente variato negli anni. Una creazione della Lega, che dal 2005 occupa stabilmente l’assessorato regionale: Flavio Tosi, Francesca Martini, Sandro Sandri, Luca Coletto, Manuela Lanzarin, l’unica vicentina, tutti gli altri veronesi.

Brusco oggi è in pensione ma continua questa battaglia, soprattutto perché a distanza di anni se ne vedono le conseguenze: «Nessuno mi ha mai risposto, nessuno mi ha querelato. Ma su cosa ha prodotto questa impostazione si può fare un dossier alto così. Basta qualche esempio: all’epoca, una clinica rodigina avrebbe avuto un mancato incasso di 150 mila euro, e con il bonus le è stato assegnato un budget di 850 mila euro. C’è chi è passato da una convenzione da 650 mila euro ad una da tre milioni». Distorsioni? Ma è solo il rovescio della medaglia di un processo ben più grave: l’indebolimento, se non il progressivo smantellamento, della sanità pubblica. In queste ore, e per la verità anche prima, lo dicono in molti. Zaia va in tv, sui canali nazionali, ed è capace di dire che «il Veneto è la regione che, su mia scelta, ha il minor tasso di sanità privata». Subito prima di mettersi davanti alla bocca la mascherina elettorale con tanto di marchio Regione del Veneto, fornite dall’imprenditore privato Fabio Franceschi. Per fortuna sono gratis.

(ph: Imagoeconomica)