Inchiesta su sanità veneta, Tosi difende Zaia: «Pubblico-privato, l’equilibrio c’è»

L’ex sindaco di Verona era assessore regionale nel 2006 quando fu approvata la legge-madre sulla “razionalizzazione” degli ospedali. «Il governatore sta facendo bene. Sboarina a Verona? Troppo lento»

Bisogna proprio andarlo a sentire, Flavio Tosi, quando siamo ancora sballottati dalla tempesta coronavirus. Espulso dalla Lega nel 2015, oggi consigliere comunale a Verona, sembra (sembra…) defilato, ma val la pena ricordare che nel biennio 2005-2007, quando fu partorita la delibera sulla “razionalizzazione”, era lui assessore alla sanità della Regione Veneto nell’ennesima giunta Galan, incarico lasciato per diventare sindaco di Verona e poi anche presidente della Liga Veneta (2008). A posteriori, quei suoi due anni di assessore a Venezia possono essere letti come quelli di una diversa direzione presa nella gestione della sanità. Attivismo, decisionismo, insomma una svolta, non foss’altro perché quell’assessorato importantissimo (metà del bilancio regionale) passava per la prima volta nelle mani della Lega Nord, dopo essere stato nelle mani di Iles Braghetto (Ppi) e Fabio Gava (Forza Italia). Da lì in avanti la Lega se lo sarebbe tenuto stretto, strettissimo, con assessori tutti veronesi (Francesca Martini, Sandro Sandri, Luca Coletto) fino all’attuale Manuela Lanzarin, curiosamente vicentina.

Vale quindi la pena ascoltare Flavio Tosi sul tema: come ha funzionato la sanità veneta in questa emergenza? Anche perché l’impostazione del sistema di assistenza e cura è rimasta quella in buona parte impostata da lui. Tant’è che Tosi stesso si ricorda tutto – e sono passati tredici anni – come se da quella poltrona si fosse alzato ieri sera. Ci interessa anche sapere, sull’onda delle polemiche degli ultimi tempi, se in questi anni la sanità pubblica abbia ceduto sempre più terreno al privato, trasformandosi da welfare per i cittadini in welfare innanzitutto per gli imprenditori privati della sanità. L’ex assessore, il Tosi diventato negli anni sempre più diplomatico, su questo punto è reciso: «Non è cambiato niente. I privati “valevano” il 10 per cento allora e hanno il 10 per cento adesso. Quella veneta è una sanità pubblica al 90 per cento, non è stata smantellata».

Toh, Tosi sulla stessa linea del governatore Luca Zaia, diventato nemico negli anni. «Non c’entra, la politica è una cosa, l’amministrazione un’altra. In ambito sanitario da noi funziona tutto, e molto bene, nell’ambito del possibile». Cioè? «In Italia si dedica al sistema sanitario il 7% del Pil, che non è molto. Altri Paesi destinano risorse molto maggiori. Noi siamo bravi ad avere il sistema che abbiamo con queste risorse, e il Veneto è più bravo di molte altre regioni. E poi abbiamo fatto delle scelte opportune». Per esempio? «A suo tempo si è scelto di spostare l’assistenza sanitaria sul territorio, che vuol dire vicinanza alla popolazione con i distretti, i consultori, gli ambulatori. Non si è puntato sulla centralizzazione della sanità negli ospedali, ma attenzione: abbiamo rispettato tutti i parametri indicati dal Ministero della Sanità per quanto riguarda il rapporto struttura/popolazione/assistiti. Certo, abbiamo dovuto tarare la rete degli ospedali, ma secondo me non è stato un errore, anzi. E in questa emergenza si è visto che questa organizzazione ha funzionato meglio, di sicuro meglio che in Lombardia. Lì non c’è stato alcun filtro popolazione/ospedali e si è visto cos’è successo. La nostra rete, in Veneto, ha risposto meglio».

Insomma, la tenuta del sistema veneto ha radici lontane, forse identificabili proprio nel passaggio di consegne all’assessorato regionale alla sanità. Perché fino a quel momento l’input pareva quello di adeguarsi in fretta al modello Lombardia, che voleva dire Formigoni: 40% della sanità in mano ai privati, con il contorno che abbiamo conosciuto dopo di corruttela estesa e continua. Oddio, non è che in Veneto ci si sia dimenticati dei privati: una legge regionale del 2006, proposta proprio da Tosi, sembrava un bel regalo proprio a loro, partendo dalla “razionalizzazione” dei posti letto negli ospedali pubblici. Tosi: «Ma no! Abbiamo diversificato le funzioni, salvaguardando le attività che la sanità pubblica sapeva fare meglio. Abbiamo cercato l’equilibrio tra pubblico e privato, evidentemente con soluzioni di compromesso. Mi ricordo, all’epoca, che eravamo tutti d’accordo, anche con i sindacati degli ospedalieri. Dopo una trattativa sindacale, nessuno è contento. Ma nessuno è scontento». Il punto, naturalmente, è parecchio dibattuto, soprattutto dopo tutti questi anni, dieci dei quali sotto l’egida della presidenza Zaia.

Ma Tosi avrebbe fatto le stesse scelte di Zaia per fronteggiare lo tsunami Covid 19? «Il governatore ha lavorato bene, anche perché nella sanità è attorniato da una classe dirigente di tutto rispetto». Che sia un complimento? Il riferimento è soprattutto a Domenico Mantoan, onnipotente gestore della sanità veneta, «un manager che tutti ci invidiano, lo volevano in Friuli, in Sardegna, adesso è a capo dell’Aifa». Ma insomma, secondo l’ex sindaco di Verona, tutto bello, niente caro (niente caro, vabbe’) come dicevano i vu’ cumpra’ che adesso sono spariti. E comunque «la sanità veneta non è stata colta impreparata» dal dilagare della pandemia, sottolina, soprattutto perché «non si può parlare di impreparazione di fronte ad un’emergenza di queste dimensioni». D’ora in poi bisognerà tener conto della lezione, ma «costa di più farlo, ed è un tema nazionale: riallestire, riorganizzare immaginando scenari diversi implica risorse aggiuntive». A margine dell’idem sentire sulla sanità, il Tosi- pensiero appare meno contrapposto o alternativo di un tempo a Zaia. Convergenze future? Rientro sullo scenario regionale? «Per ora sto alla finestra. Sto aspettando con grande serenità». E la Verona di Federico Sboarina? «Sono lenti, ci mettono tre anni a fare quel che io facevo in un anno». Insomma Flavio Tosi scalpita, magari tranquillamente ma scalpita.

(ph: Imagoeconomica)