Illusioni di centrosinistra: Zaia non andrà mai contro Salvini

Il presidente del Veneto è popolarissimo in tutta Italia. Un atout in questi giorni sfruttato per indebolire il leader della Lega. Ma il governatore leghista a Roma ci andrebbe solo con il consenso di quest’ultimo

Zaia rivale di Salvini, prossimo leader della Lega, primo ministro, sol dell’avvenire per un centrodestra a misura del centrosinistra. Ma andiamo, siamo seri. Fummo noi qualche settimana fa a scrivere per primi che il quotatissimo governatore del Veneto poteva farcelo, un pensierino da titolare di dicastero in un possibile governo di unità nazionale, magari a guida Draghi. Sempre che il voto delle regionali slitti, causa pandemia andanta e tornante, al 2021. E sempre che caschi il governo Conte, s’intende. E ancora, sempre che nel futuribile gabinetto Draghi, o chi per esso, il partito salviniano entri assieme agli altri in nome dell’emergenza sociale ed economica, secondo la linea moderata e filo-europeista di Giancarlo Giorgetti. Un’ipotesi che circolava e circola negli ambienti politici. Di qui a farne il perno di una sfida interna di Zaia a Salvini, però, ce ne passa.

A Zaia non piace correre rischi non calcolati o comunque senza un’opzione di salvataggio. E’ una questione di carattere: come ha detto Vittorio Sgarbi su queste colonne nel suo linguaggio colorito, ha il rustico pragmatismo dei veneti restii a fare il passo più lunga della gamba. Il fattore soggettivo, poi, si combina con quello oggettivo che rimanda alla natura leninista della Lega (come ricordava ieri in un’intervista Bobo Maroni, predecessore di Salvini e già braccio destro di Bossi). I leghisti sono, potremmo dire, mentalmente abituati da decenni a seguire il Capo e i vertici da lui espressi, chiunque egli sia. Una volta eletto, nel più ferreo centralismo democratico tutti gli obbediscono, e chi si permette di dissentire viene fatto fuori o confinato ai margini, all’irrilevanza, all’afonia. Il risultato è che Zaia non si metterà mai di traverso al leader, e se mai volesse aspirare a sostituirlo, lo farebbe soltanto in una regolare successione, giammai tentando di spodestarlo. La campagna di certa sinistra, specialmente giornalistica, nel raffigurare un match fra i due è quanto meno creativa.

Tuttavia, poggia su un plesso di dati incontestabili: la popolarità, la stima acquisita e l’autorevolezza amministrativa conquistate negli anni, palmo a palmo, con certosina cura nella comunicazione (in questo periodo, poi, è all’apogeo della visibilità letteralmente virale), presso l’opinione pubblica non solo di casa, ma nazionale, in tutt’Italia. Vera o falsa, giusta o sbagliata che sia (le ombre, come in tutti i politici, ci sono anche per lui, anche nella osannatissima eccellenza sanitaria veneta), l’ascesa di Zaia nel gradimento degli italiani lo proietta naturaliter, che gli piaccia o no, nel novero dei papabili alla leadership nazionale. Ma non della Lega, finchè Salvini resterà in sella. Semmai come l’asso post-Salvini. Questo, il “Capitano”, lo sa molto bene, tanto è vero che non fa mancare elogi al suo cavallo vincente che suonano un po’ obliqui: è sicuramente una forza, il nostro Zaia – dice e ripete il Matteo, ultimamente un po’ appannato – ma sta bene dov’è. E se dovesse spostarsi da Venezia, ecco – questo pensa, ma non lo dice – si potrebbe giocarlo come carta in un governissimo se Mattarella non concedesse di andare alle elezioni causa coronavirus (il che resta tutto da vedere, dipenderà dalla famosa recrudescenza o dai tempi del vaccino).

Se invece, come il presidente del Veneto reclama a ogni piè sospinto, si votasse per le Regioni a luglio, si chiuderebbe la partita: Zaia sarebbe incoronato da un’investitura plebiscitaria talmente trascinante da blindarlo a Palazzo Balbi per non muoversi da lì neanche con le cannonate. Il neo-doroteo Zaia, che solo il tardo-rumoriano Variati riesce a eguagliare in furbizia, va criticato, com’è ovvio (o elogiato quando va elogiato, come sull’intuizione dei tamponi a Vò – Crisanti dixit). Ma attribuirgli premeditazioni aliene dal suo habitus psicologico e politico, serve solo a gettare fumo negli occhi. Al fine di venire in soccorso di un centrosinistra che in Veneto, per ragioni storiche e culturali, parte già svantaggiato di suo, e che per sovrammercato ha pure cannato clamorosamente il candidato governatore. Prima di tutto la verità effettuale delle cose, così come stanno, e non come si vorrebbero che fossero: da qui dovrebbe prodursi ogni ragionamento. Per tutti, specialmente per gli oppositori. E invece…

(ph: Regione Veneto)