Fase 2, Iss: «Prossima settimana sapremo se si torna in lockdown»

La conferenza stampa del presidente Brusaferro e del direttore Malattie infettive Rezza che ammoniscono sul rischio di violare le norme. Ecco la situazione

Nella tarda mattinata di oggi si è svolta la conferenza dtampa dell’Istituto Superiore di Sanità per fare il punto sull’emergenza Coronavirus. Ad intervenire durante il focus sul Covid-19 il presidente dell’Iss Stefano Brusaferro e il direttore Malattie infettive Giovanni Rezza.

La situazione attuale

«La curva decresce e questo è un dato positivo, l’aspetto importante è che progressivamente si sta andando verso un numero di casi basso, anche in Lombardia. Ci sono alcune regioni con un livello di circolazione ancora significativo, altre dove la circolazione è intermedia, altre dove è bassa. Per quanto riguarda l’indice di contagiosità Rt rispecchia la situazione non di oggi né di ieri, ma di qualche settimana fa e si riferisce agli intervalli di incertezza: più sono stretti, più sono vicini al valore medio, più questo dato è consistente. L’incidenza di letalità si conferma soprattutto nelle fasce d’età più elevate. La maggioranza dei decessi ha come prima causa l’infezione da coronavirus, invece il 10-12% la prima causa di morte è da altre patologie. Siamo a 5 giorni dall’inizio dall’allentamento delle misure restrittive contro il contagio da Covid-19. Non abbiamo ancora dati sull’impatto dell’avvio della fase 2 sulla circolazione del virus. Lo vedremo la prossima settimana. Attualmente a livello nazionale l’indice di contagiosità R0 è fra 0,5 e 0,7.

Italia e stranieri: chi è più colpito

«Gli italiani colpiti sono di età più avanzata rispetto agli stranieri, indipendentemente dall’area di provenienza di questi ultimi. La fascia d’età degli stranieri contagiati è quella dai 30 ai 64 anni. Soprattutto si tratta di persone di età media, raramente sono molto giovani o molto anziani. Fra i pazienti stranieri le donne sono più numerose fra i cittadini provenienti da Paesi con più alto indice relativo al reddito, mentre sono poche fra quelli da Paesi con indice inferiore. Infine, la curva dei contagi relativa ai cittadini stranieri appare spostata verso destra: come se si fossero infettati dopo, o come se la diagnosi arrivasse in ritardo. Possiamo confutare l’ipotesi che ha circolato della differenza nel rischio di infezione tra italiani e stranieri, soprattutto che questi ultimi siano protetti dall’infezione. I dati sulla popolazione straniera non sono di facilissima interpretazione. C’e’ stata molta aneddotica riguardo al Covid negli immigrati: In Italia il 5,1% dei casi diagnosticati riguardano individui di nazionalità straniera. Il rischio di essere notificato come caso, per gli stranieri, tende a essere più basso rispetto agli italiani ma se vediamo invece il rischio di ospedalizzazione rispetto a un italiano vediamo che negli stranieri è 1,4 volte più elevato rispetto agli italiani. Anche rispetto all’accesso alla terapia intensiva il dato è più alto negli stranieri. Vuol dire che uno straniero che ha una malattia meno grave ha una più bassa possibilità di essere notificato. Invece c’e’ un maggior ricorso all’ospedalizzazione. Il rischio di morire sale soprattutto negli stranieri che provengono da Paesi a basso reddito».

Assembramenti ai Navigli

«Sono immagini che fanno preoccupare. Per favorire le riaperture è importante aumentare i controlli di sanità pubblica. Colpisce che comportamenti irresponsabili possano avere conseguenze deleterie per le dinamiche epidemiche e per gli eventuali provvedimenti che potrebbero conseguire a un possibile consistente aumento dei casi. Bisogna rispettare assolutamente le norme di distanziamento sociale: no alle aggregazioni, sì al lavaggio accurato e frequente delle mani, uso di mascherine nei luoghi pubblici o all’aperto se si parla con qualcuno da vicino. Appare drammatico vedere persone che si sono ritrovate senza lavoro e altre che non tengono comportamenti adeguati a favorire la riapertura. La fase 2 non è quella del ‘liberi tutti’, bensì è molto delicata. E’ importante che il Paese riparta, ma non è che con la fase 2 il virus ha cambiato identità o caratteristiche. Quindi se creiamo aggregazioni o violiamo quelle regole grazie alle quali ora possiamo guardare con un po’ di serenità al futuro o perlomeno alla situazione degli ospedali, se facciamo operazioni di rilassamento dei comportamenti individuali, faciliteremo o potremmo facilitare una nuova circolazione del virus. L’appello che rivolgo a me stesso prima di tutto è sì poter uscire, camminare, fare attività fisica, godere di queste belle giornate. Ma se non indossiamo la mascherina, se ci aggreghiamo e prendiamo aperitivi insieme, ci ritroveremo nelle stesse modalità che hanno caratterizzato l’inizio
della fase 1. Dobbiamo imparare a convivere con il virus e a contenerlo».

Tamponi per entrare nelle regioni

«Al momento che io sappia non c’è uno schema nazionale e raccomandazioni su un test a chi arriva da un’altra regione. Noi siamo un Paese che fa tanti tamponi, bisogna vedere che strategia ci sia dietro. Anche perché il fatto di
fare dei test prima ha dei limiti: potrebbe servire a fare un primo screening, ma anche indurre false sicurezze. Perché se una persona era negativa qualche giorno prima della partenza e poi si è infettata, sfuggirebbe comunque».

Test sierologico

«Sui test sierologici bisogna fare un po’ di ordine, spiegare a cosa servono e valutare la loro affidabilità. Il test sierologico non serve a fare diagnosi in questo momento ma studi per capire l’estensione dell’infezione e anche per capire se una persona è stata esposta al virus in passato. E poi c’è la questione dell’affidabilità e del rischio di ingenerare un falso senso di sicurezza. Sull’uso dei tamponi sarebbe bene avviare una sorveglianza e va chiarito il significato dei diversi tipi di test. So che verranno date indicazioni a breve in proposito».

Bambini stessa carica virale degli adulti

«Diversi studi mostrano che i bambini possono infettarsi, ma non ci sono ancora dati sufficienti a dirci se possano essere amplificatori dell’epidemia, mentre la carica virale nei bambini sembra essere la stessa degli adulti. Questo non vuol dire, però, che abbiano la stessa possibilità di infettarsi degli adulti”. Ed è chiaro che il rapporto che c’è tra un genitore e un bambino o un nonno e un bambino può essere molto stretto».

Carenza reagenti a livello internazionale

«Il problema della carenza di reagenti per i tamponi esiste ed è un dato presente sul piano internazionale, perché un po’ tutti i Paesi stanno facendo test di questo tipo e quindi la capacità produttiva ha delle sue limitazioni. Però credo che ci sia un impegno attivo, sia a livello centrale sia a livello delle Regioni, proprio per superare questo tipo di carenza. In realtà la difficoltà sta nel fatto che ci sono diversi test diagnostici che vengono utilizzati per fare questo tipo di analisi molecolare. E in base alla tipologia di test che possono essere presenti nelle diverse Regioni e nei diversi laboratori abilitati delle Regioni, ci possono essere differenze riguardo a queste carenze. Tuttavia, il dato se volete un po’ più confortante, in attesa di arrivare a numeri ancora più impegnativi è che produciamo tra i 60 e i 70mila test ogni giorno: un dato che pone l’Italia tra i primi Paesi a livello internazionale come numero assoluto di test».