Cna Veneto: «Parrucchieri pagano lockdown 3 milioni e mezzo al giorno»

Il presidente Conte: «Il settore servizi alla persona deve riaprire entro il 18 maggio». Ma resta il nodo sulla responsabilità penale su eventuale contagio

Ogni giorno di lockdown in Veneto fa perdere al settore dei servizi alla persona 3,5 milioni di euro. Il dato, lapidario, emerge dall’indagine condotta dal Centro Studi Sintesi di Mestre per CNA Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna sulla base delle disposizioni dei precedenti decreti e del Dpcm del 26 aprile con il quale il Governo ha inaugurato la così detta ‘Fase2’.

In totale, se si considerano i dati complessivi delle tre regioni relativi alle attività ancora ferme per effetto del decreto, si parla di 294.427 imprese e di 1 milione e 227 mila addetti ancora sospesi; di questi 114mila e 247 sono operatori del benessere (servizi alla persona) e 361mila 478 sono appartenenti al mondo del commercio al dettaglio. Una situazione che ha spinto le tre CNA a tornare a premere sul Governo e sulle rispettive Regioni per una riapertura anticipata e in sicurezza: «Gli operatori del settore benessere, così come quelli del commercio al dettaglio, hanno già dimostrato come sia possibile una riapertura antecedente al 1 giugno in piena sicurezza tramite l’adozione di protocolli di sicurezza e codici di autoregolamentazione ben definiti – dichiara il Presidente della CNA del Veneto Alessandro Conte – entro il 18 maggio vanno fatti riaprire. Non dobbiamo scegliere tra lavoro e salute. Le due cose ora devono andare di pari passo».

La CNA del Veneto torna poi sulla richiesta di una revisione della normativa che oggi equipara il Covid a un infortunio: «È indispensabile introdurre una misura legislativa che escluda la responsabilità degli imprenditori nel caso un dipendente contragga il Coronavirus – sottolinea Conte – Lo prevede la direttiva europea del 12 giugno 1989 che consente agli Stati di escludere la responsabilità dei datori di lavoro per atti dovuti a circostanze estranee, anormali, imprevedibili, eccezionali, le cui conseguenze non avrebbero potuto essere evitate nonostante tutta la diligenza possibile». Il rischio, per la CNA, è che le attività economiche non possano riprendere serenamente, lasciando artigiani e imprenditori nello stato di incertezza giuridica creato dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro anche per ambienti di lavoro non sanitari in base all’articolo 42 del Dl 18/20 Cura Italia. «Nessuno, infatti, può essere chiamato -sottolinea Conte- a rispondere di un rischio generico di salute del quale non può controllare la fonte. Gli imprenditori già fanno e faranno di tutto per limitare il contagio, ma il quadro giuridico è inadatto, purtroppo, alla pandemia».

(Ph Imagoeconomica)