Borghese: «Stato assente, uccide la ristorazione. Così resisto poco»

«Io sono fortunato ma penso alle piccole attività. Ora sto anticipando la cassa integrazione ai miei 64 dipendenti maa se continua così dovrò prendere decisioni drastiche»

«Così non riuscirò a resistere a lungo. Forse un altro mese». Alessandro Borghese non nasconde la sua preoccupazione e dalle pagine del Corriere della Sera punta il dito contro lo Stato: «La sua assenza sta radendo al suolo la ristorazione italiana. Non solo manca il sostegno economico ad un settore che è il fiore all’occhiello dell’Italia ma anche le regole per iniziare a progettare la ripartenza».

«Sto anticipando la cassa integrazione ai miei 64 collaboratori»

Borghese, che gestisce un’attività di catering, un’agenzia di consulenza, un pastificio e il ristorante “Il lusso della semplicità” spiega che il lockdown gli ha ridotto della metà gli introiti. «Siamo fermi, è tutto chiuso. E sto anticipando l’assegno della cassa integrazione ai miei 64 collaboratori: non potevo permettere attendessero mesi prima dell’arrivo dei fondi a causa della burocrazia. Ma se le cose non si smuovono dovrò decidere cosa fare con il personale, le spese d’affitto e le bollette. E’ un’evenienza in cui spero di non dovermi trovare».

«Servono finanziamenti a fondo perduto»

Lui ammette di sentirsi fortunato, il ristorante è solo una parte delle sue entrate. Per questo il suo pensiero va attività più piccole, incapaci di reggere alla crisi. «Servirebbero finanziamenti a fondo perduto, anche perché ci vorrà tempo prima che i ristoranti tornino a riempirsi. Mancano appena tre settimane e non ci sono ancora le regole d’ingaggio, anche solo per capire quanto costerà far ripartire le attività. Qualche esempio? Sanificare un locale da 300 metri quadrati costa tra i mille e i 3 mila euro. Ogni quanto sarà necessario farlo? E, poi, come dovranno essere allestiti i locali? Non saperlo rende impossibile pianificare e non si potrà improvvisare, ne va della salute dei clienti e dei lavoratori».

«Il problema è il distanziamento»

Il problema non sarà di certo indossare la mascherina o i guanti ma il distanziamento. «Se sarà di due metri il mio ristorante passerà da 95 coperti a 65. Ancora sostenibile. Se dovesse essere di più – in questi giorni è stato ipotizzato anche 4 metri – dovrò ripensare del tutto l’attività e in qualche maniera farò, ma tantissimi ristoratori non saranno nelle condizioni di riaprire. Permettere ai clienti di stare seduti vicini, solo qualora dimostrassero di vivere già insieme? Una stupidaggine. Qualcuno dovrà domandare ai clienti se sono parenti e in caso contrario dividerli? Non scherziamo, chi verrà insieme sarà cosciente di quello che fa. Mi preoccupa, invece, che possa essere richiesto il distanziamento in cucina. Il fine dining ha piatti che richiedono anche due o tre persone per la preparazione. Inoltre, non è il mio caso, ma tantissimi locali (anche stellati Michelin, ndr) hanno cucine minuscole e non potrebbero mai adeguarsi».

(ph: shutterstock)

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