Una luce dagli Usa: tassare le aziende con super-profitti da pandemia

La proposta di due economisti americani: un’imposta temporanea sui colossi che hanno aumentato vertiginosamente il giro d’affari. Amazon e Google in primis

Mentre le economie del mondo intero si preparano alla recessione più acuta della storia recente, alcune aziende della “nuova economia” registrano volumi di vendita senza precedenti. Negli Usa, le vendite dei medicinali su Amazon hanno registrato un incremento del 800% su base mensile. In Italia, Netflix ha avuto un incremento di utenti del 66% in un mese. Gli utenti di Zoom sono decuplicati nel giro di 4 mesi, portando ad un +150% annuo in borsa, con guadagni superiori a 8 miliardi di dollari.

Negli Stati Uniti sono in molti a chiedere l’applicazione di misure simili a quelle già annunciate dal governo italiano, ovvero aiuti alle imprese che consentano a quest’ultime di andare “in letargo” coprendone i costi correnti fino alla fine del lockdown. In un paese tradizionalmente ostile all’intervento pubblico nell’economia, tali proposte manifestano un radicale cambiamento ideologico. Alla domanda come finanziare tali aiuti, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, economisti dell’Università di Berkeley, e Reuven Avi-Yohan, dell’Università del Michigan, danno una risposta radicale: un’imposta temporanea sui profitti in eccesso delle aziende che stanno guadagnando a causa della pandemia, Amazon e Google in primis.

Sul New York Times, Saez e Zucman spiegano perché ridistribuire i danni economici della pandemia tra le aziende. Contro l’argomento “liquidazionista”, secondo cui il fallimento delle imprese è una selezione naturale che elimina le aziende più inefficienti, sostengono che il fallimento di aziende profittevoli in tempi pre-Coronavirus distrugge valore economico. La perdita di rapporti con fornitori e clienti, in cui le aziende investono anni, avrà gravi conseguenze sulla ripresa economica. Inoltre, il fallimento di un gran numero di aziende rischia di creare nuovi monopoli ed esacerbare la disuguaglianza economica.

Mettere mano ai profitti di industrie che stanno guadagnando da una tragedia umana ha un illustre precedente nelle imposte introdotte durante le guerre mondiali. Allora i profitti superiori all’8% del tasso di rendimento capitale venivano tassati ad aliquote progressive fino all’80%. Per dirla con Roosevelt, l’obiettivo di tali manovre era che “nessuno negli Usa diventasse milionario grazie al disastro della guerra”. Come Roosevelt, Saez e Zucman propongono un’imposta mirata per evitare che qualcuno si arricchisca mentre la stragrande maggioranza delle persone soffrono una tragedia umana ed economica.

A chi obietta che tassare le aziende che conseguono profitti disincentiva gli investimenti compromettendo la crescita economica, i due studiosi rispondono che invece non avrebbe alcun effetto distorsivo. Infatti l’imposta colpirebbe guadagni inaspettati, in quanto Amazon e simili non hanno investito in vista della pandemia. Saez e Zucman sono attenti a specificare che tali imposte dovrebbero essere temporanee e che qualora diventassero una caratteristica permanente post-Covid 19, gli effetti sulla crescita economica sarebbero senza dubbio negativi.

Gli autori non si esprimono sulle aziende impegnate nelle ricerca del vaccino e nella produzione mascherine ed indumenti protettivi. Anche esse stanno senza registrando profitti ingenti. Tuttavia tassarle ad aliquote maggiorate scoraggia la ricerca di un vaccino e riduce i volumi di vendita di mascherine e simili. Va fatta una distinzione tra i beni e servizi di prima necessità e quelli voluttuari, come quelli offerte dalle aziende tech.

La domanda tuttavia è quale sarà la nuova normalità. Se vogliamo un sistema economico pronto a funzionare in stato di lockdown non dobbiamo tassare di più le aziende che dal lockdown stanno guadagnando. Così facendo si disincentiva la riconversione a un modello economico a prova di pandemia. Al contempo, tale riconversione favorisce monopoli e concentrazioni di potere economico, oltre a costare ingenti somme di denaro. La domanda è quanto siamo disposti a perdere, in termini di libertà di consumo, pur di poter essere pronti per quando accadrà un’altra pandemia?

Giovanni Colla Rizzi

(ph: shutterstock)