Garavaglia: «Basta coi doppioni privati nella sanità»

L’ex ministro della salute del governo Ciampi: «Lui non avrebbe mediato come Conte». Zaia? Promosso «con un unico neo: le Rsa sono state un “buco” evitabile»

Oggi è consigliere comunale a Illasi, nel Veronese, ma la sua vita pubblica l’ha dedicata praticamente per intero ai temi della salute: Mariapia Garavaglia è nel Comitato Nazionale di Bioetica e direttrice della rivista divulgativa “L’Arco di Giano”, è stata ministro della sanità nel governo Ciampi (1993-1994) e presidente della Croce Rossa Italia (1998-2002). Attualmente si occupa di medical humanities, l’intreccio interdisciplinare che mette assieme più branche del sapere scientifico in medicina. Già esponente della Democrazia Cristiana, dopo un incarico nel Forum Ricerca su nomina di Bersani quando era segretario, adesso è una «semplice iscritta al Partito Democratico». La pandemia di coronavirus sembra rinfocolare lo spirto guerrier da Prima Repubblica: «Gli italiani hanno riscoperto il valore del sistema sanitario nazionale (scandisce la parola per sottolinearla, ndr), hanno riscoperto la funzione di chi ci lavora, hanno riscoperto la necessità di cercare un sistema che garantisca le cure. Veniamo da anni in cui sono stati tagliati i posti letto, e non posti letto qualsiasi, ma specifici, quelli per la rianimazione. Non ci sono abbastanza medici, non ci sono abbastanza infermieri, tanto è vero che si sono dovuti reclutare in fretta e furia».

Questi sono scelte politiche ormai storiche, avvenute negli ultimi trent’anni. E venendo al presente?
E’ stato un errore trasformare troppo in fretta gli ospedali in Covid Hospital, trascurando gli altri reparti. Ma questo è l’effetto di aver troppo trascurato in precedenza i reparti di malattie infettive.

Per ragioni di bilancio economico, anzi, come si dice in gergo, di “razionalizzazione”, leggi: tagli.
Ma non solo: c’è stato anche un certo esagerato ottimismo, come se certi reparti non servissero più. E non mi riferisco soltanto a questi.

E a quali altri?
Oggi le geriatrie non sono sufficienti. Nel Paese più anziano d’Europa l’università non forma abbastanza geriatri.

Non sarà un caso che la maggioranza relativa dei decessi da virus sia nelle Rsa, le strutture per anziani.
Io do un giudizio positivo della gestione dell’emergenza di Luca Zaia, perchè non ha fatto l’errore di renderla “ospedalocentrica”. Il confronto di numeri fra Veneto e Lombardia è luminoso ed eloquente. Ma l’unico neo è rappresentato dalle Rsa. Qualcuno è arrivato a dire che non sono di competenza regionale: è un’affermazione gravissima. E’ la Regione a stabilire le quote, la competenza è sua, eccome. La verità è che manca il personale sufficiente a turnare, e questo ha provocato o il confinamento totale o il trasferimento nelle case, infettando i parenti. Sulle Rsa c’è stato un buco programmatico strategico.

Nel mondo tutte le sanità pubbliche sono state colte impreparate. E’ necessario aumentare e tenere alto a regime il finanziamento per la sanità pubblica, comprese le terapie intensive pur restando poi ferme, in condizioni di normalità? Questo non implica ripensare la priorità della spesa pubblica in un senso che nei decenni scorsi era stato tacciato di statalismo?
Intanto il ministro Roberto Speranza ha portato a casa 2 miliardi in più, mentre chi c’era prima aveva accettato solo riduzioni. Ma in generale bisogna considerare il fatto che investire nella sanità significa alla lunga risparmiare sui costi delle cure e dei ricoveri. Se è vero che ci sono 150 miliardi di euro di evasione, fossero anche 100, un po’ di soldi lì si trovano, no? E’ uno scandalo che non paga le tasse riceva poi di fatto l’esenzione nelle cure, cioè sia curato gratis. La Costituzione all’articolo 31 definisce “fondamentale” il diritto alla salute: è l’unico diritto per cui è usato questo aggettivo. Il motivo è semplice: se io sto bene, tutto funziona.

Permetta, ma è da quando portavamo i calzoni corti che sentiamo parlare di recuperare i soldi dall’evasione fiscale. Come si fa a crederci ancora?
Se si vuole un sistema sanitario d’eccellenza, veda lo Spallanzani a Roma, bisogna pagare. Altrimenti i soldi dove li troviamo?

Il governo sta cercando di ottenerli tramite i vari interventi progettati dall’Europa, in testa il Mes. Ma sono tutti a debito. Lei è stata ministro nel governo più europeista di tutti i governi della Repubblica, il governo Ciampi. Dopo quasi un trentennio, anche tenendo conto per esempio di cosa dice la suprema Corte tedesca (e cioè che il primato resta agli Stati nazionali), non le viene il dubbio se ne sia valsa la pena?
Anzitutto la Corte Europea ha chiarito che è preminente il diritto dell’Unione. Ma la vera domanda da porsi è un’altra, non la sua: senza Europa, adesso, cosa facevamo? Il Veneto, che dall’Europa ha avuto tanto (e penso in particolare, per esempio, agli agricoltori), che cosa faceva? Saremmo morti! I 36 miliardi del Mes sono un prestito, è vero, ma quarantennale, e speriamo che per quella scadenza il bilancio sia diluito negli Stati Uniti d’Europa.

Speriamo, lei dice. Infatti quella di non far scattare le famose condizionalità del Mes è una promessa politica, perchè le sue regole non sono state modificate. Come possiamo fidarci?
Ma guardi che i Capi di Stato quando mettono nero su bianco è come quando si va in banca, non è un impegno preso così.

Anche sull’impegno a potenziare e riorganizzare la sanità in futuro, passata l’emergenza, qualche scetticismo è lecito. Lei da comincerebbe?
Dagli sprechi. Ci sono doppioni, triploni, quadruploni che si sono ammassati nel tempo, e mi riferisco ai privati.

Ai privati?
Ci sono privati che offrono servizi identici al pubblico, e sono convenzionati, cioè a carico dello Stato, per motivi clientelari e politici. Il privato non deve sostituire, ma integrare il pubblico. Il privato ha bisogno che il pubblico vada male, che le liste di attesa siano lunghe.

L’attuale ministro della salute si è esposto poco, mediaticamente, mentre la Protezione Civile e i medici dell’Iss, dell’Oms e gli altri operativi nelle Regioni sono ormai diventati celebri. Crede che la politica abbia fatto troppo affidamento sulle loro indicazioni, è mancato un bilanciamento con le esigenze economiche e sociali? Insomma la quarantena poteva essere gestita diversamente, differenziando prima fra zone con contagi molto diversi?
Facile dirlo ora. Ce l’abbiamo fatta, oggi, a decidere per la riapertura differenziata tra Regioni perchè all’inizio abbiamo chiuso tutto. Qua nessuno aveva la ricetta, tutti si sono dovuti inventare soluzioni. La Sars non era così contagiosa. E sottolineo che la scienza seria e severa ancora non è in grado di sapere con certezza se ci si immunizza da asintomatici. Non ci sono dogmi sul Covid 19. Io mi chiederei piuttosto: fossi stato al posto di Conte, cosa avrei fatto? Vò e Codogno si sono salvate grazie alla chiusura. Boris Johnson, che all’inizio parlava di immunità di gregge, poi, dopo essersi ammalato, ha deciso di chiudere fino a giugno. Sa cosa dobbiamo fare? Galoppare. Se galoppiamo, ce la facciamo. Quel che turba è che per il decreto Rilancio si stia dovendo mediare così tanto, ci fosse stato Ciampi avrebbe deciso subito. Ma lui era a capo di un governo tecnico… Secondo me torneremo a essere quel che siamo. E forse gli italiani torneranno ad apprezzare i competenti, non gli stuart che diventano ministri.

La competenza politica però non è tecnocratica. Non è che un ministro delle salute dev’essere per forza un medico, per intenderci.
Anzi, meglio se non lo è! E’ vero, il politico sente i tecnici ma poi è lui che deve decidere. La competenza politica si impara semplicemente vivendo la realtà. La politica è vita vissuta, e il buon politico dalle esperienze trae una sintesi finale che poi diventa decisione. Noi una volta venivamo fischiati, contestati, tremavano i palchi ai comizi. Oggi si siedono in Consiglio dei Ministri persone che non hanno mai fatto politica in vita loro.

Lei parla del cursus honorum. Ma una volta c’erano i partiti, oggi è tutto liquido.
Sì, ma i ragazzi di oggi che studiano e usano gli strumenti dell’informatica imparano, si formano all’estero, ce ne sono di bravissimi.

Gli anziani invece sono la categoria più falcidiata da questo maledetto virus. Nella prima fase dell’epidemia era emerso il tema tragico di chi curare prima. Nel Comitato bioetico non avete prodotto nulla a questo riguardo?
Sì, abbiamo pubblicato un documento quindici giorni fa, è leggibile sul nostro sito. L’unico criterio è clinico: non l’età, il ceto o altro, ma la possibilità di maggiori risultati.

E non è appunto una selezione discriminatoria verso gli anziani che di norma hanno più patologie?
Non è detto che sia l’anziano ad essere in condizioni peggiori. Il medico poi non sceglie da solo: c’è un triage. Abbiamo fiducia nei nostri medici, sanno fare le scelte giuste.

(ph: imagoeconomica)