Medici, aggressioni in aumento

Roma, 13 mag. (Adnkronos Salute) – Aumentano le aggressioni fisiche e le violenze verbali a danno dei medici. Secondo un’indagine condotta da Anaao Assomed tra gennaio e febbraio 2020, su 2.059 camici bianchi in 19 regioni, ben il 55,4% ha affermato di essere stato personalmente vittima di violenza: in valore assoluto 1.137 medici rispetto agli 832 di un’analoga indagine nel 2018. Nel 76,52% dei casi si è trattato di aggressioni solo verbali. E ancora: nella geografia delle aggressioni emerge un calo nelle regioni del Sud e Isole e una ‘nuova’, estesa, diffusione su tutto il territorio nazionale. Ma un dato rende ancora più preoccupante il fenomeno: ben il 79,26% degli operatori vittime di violenza non ha presentato denuncia.
Altro fattore sottolineato dal sindacato dei medici dirigenti è che il 56,1% di chi ha risposto è di sesso femminile, “a dimostrazione di come il problema aggressioni sia più sentito tra i medici donna (nel 2018 era il 53%)”, sottolinea l’Anaao. Quanto ai risultati regionali, all’indagine hanno partecipato 19 regioni con percentuali di risposte variabili e picchi in Lombardia, Campania e Veneto, evidenziando un chiaro mutamento rispetto all’ultimo sondaggio del 2018. Solo il 21% delle risposte di oggi proviene dalle regioni del Sud e dalle Isole, rispetto al 70% del 2018, mentre il 57% arriva dalle regioni del Nord ed il 22% da quelle del Centro. “Questo dimostra – osserva Anaao – che la violenza sugli operatori sanitari, per lungo tempo attribuita prevalentemente a regioni del Sud Italia e alle Isole dove le situazioni socio-economiche e sanitarie sono più complesse, è ormai diventato fenomeno largamente diffuso su scala nazionale.
E mentre è appena approdato, lunedì scorso, in Aula alla Camera il Ddl già approvato al Senato contro la violenza sugli operatori sanitari, l’indagine svela che solo il 37% dei medici ha dichiarato di conoscere le leggi attualmente vigenti in termini di prevenzione delle aggressioni, mentre il 50% non conosce nemmeno il protocollo della propria azienda.
Per quanto riguarda le discipline interessate dal fenomeno, dichiarano di aver subito aggressioni l’86% degli psichiatri e il 77% dei medici di medicina d’urgenza, un trend decisamente in crescita in tali servizi – rileva il sindacato – il 60% dei chirurghi, il 54% dei medici del territorio, il 40% degli anestesisti. Quanto alle possibili cause alla base degli episodi di violenza, secondo il 40% dei ‘responders’ la causa principale risiede in fattori strutturali di natura socio-culturale, “a dimostrazione che non bastano misure estemporanee per arrestare la spirale di violenza alla quale oggi assistiamo inermi”, sottolinea Anaao-Assomed. La platea degli intervistati è apparsa divisa sul ruolo degli operatori, tra il 40% che individua un approccio non idoneo da parte del medico o dell’infermiere e il 43% che nega a tale comportamento il ruolo di fattore scatenante.
Altro dato su cui riflettere è che solo nel 26% dei casi l’argomento viene trattato ai tavoli sindacali, e il 55% del campione afferma di non essere a conoscenza della eventuale discussione, segnale di distacco dei colleghi anche dal soggetto che dovrebbe tutelarli.
Infine, ma non ultimo, il dato allarmante del 79,26% degli operatori vittime di violenza che non ha presentato denuncia e il 66% che ammette di essere a conoscenza di episodi di aggressione ai danni di operatori, “a dimostrazione che il fenomeno continua ad essere sottostimato”. Il 23% afferma inoltre di essere venuto a conoscenza di casi da cui è scaturita invalidità permanente o decesso conseguenti a episodi di violenza ai danni di operatori.
E ancora: al netto di una mancanza di conoscenza dell’attuale legislazione, il 75%, dei responders all’indagine Anaao pensa che l’introduzione della punibilità d’ufficio, come previsto nel Ddl in discussione in Parlamento, sia una buona misura deterrente. Ma sensazioni di paura, di scoramento e di difficoltà lavorative ormai insostenibili portano gli intervistati a chiedere anche l’introduzione negli ospedali di posti di polizia (47%). Forte anche la richiesta di campagne di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza (44%) e di maggiori investimenti in termini di personale (51%) e strutture.
“Il vuoto applicativo di norme pur esistenti, nonostante le sollecitazioni continue da parte di sindacati ed istituzioni – commenta il sindacato – rende necessaria una maggiore consapevolezza del rischio da parte del management aziendale, che spesso lo sottostima o, peggio, lo ignora volutamente per non impegnare risorse nella sua prevenzione. Vi è poi il tema del sovraffollamento del pronto soccorso, che risulta dall’indagine la struttura organizzativa con il più alto tasso di aggressioni verbali e fisiche, con percentuali insostenibili per chi vi lavora, alla radice del burnout di medici e infermieri. Ma è tutto il sistema ospedale e la sua complessa organizzazione che deve farsi carico del pesante fardello del problema overcrowdin”.
Secondo l’Anaao-Assomed, dunque, “occorre mutare velocemente sia l’attuale organizzazione delle cure, soprattutto in emergenza urgenza, sia il paradigma dell’accettazione del paziente, umanizzando l’accesso alle cure prima e più che le cure stesse. Umanizzare vuol dire valorizzare figure professionali che fino ad oggi sono state coinvolte poco e male nei percorsi di cure, quali assistente sociale e psicologo, che possono diventare strumento di rassicurazione durante l’attesa. Ricordiamo, infine – conclude il sindacato – che nessun intervento esonera i direttori generali dall’obbligo, in quanto datori di lavoro, di tutelare la sicurezza dei dipendenti, obblighi su cui il sindacato ha il dovere di vigilare segnalando eventuali omissioni o carenze”.

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