«Poltrone e sottopotere, casta padana in Ascopiave»

Il commento del consigliere comunale di Treviso Calesso, Coalzione Civica, a sostegno dei sindaci “non allineati” soci di Ascopiave

«Nella loro “concezione proprietaria delle istituzioni” i leghisti sostengono, contemporaneamente che Ascopiave SpA sia una società quotata in Borsa che, come dicono i suoi amministratori, risponde alle logiche, appunto, delle società quotate, del mercato, del liberismo… e, di conseguenza, prevede incentivi economici “importanti” per i propri dirigenti che concludano affari altrettanto importanti per la società (addirittura, secondo la Consob, gli amministratori sarebbero “sottopagati” rispetto all’importanza della società che dirigono), sia che Asco Holding non avrebbe dovuto essere sciolta (come previsto dalle legge Madia per le società pubbliche ché non svolgono alcuna attività ma si limitano a essere la “scatola” che contiene partecipazioni societarie) in nome della sua natura pubblica, della difesa del controllo dei comuni su Ascopiave, delle esigenze del territorio, dei cittadini… ».

Così Gigi Calesso, consigliere comunale di Coalizione Civica per Treviso, a proposito delle proteste dei sindaci “non allineati” soci di Ascopiave.

«La “versione” secondo cui Ascopiave è “pubblica” trova l’apice dal suo utilizzo, come ben rilevano i sindaci “non allineati” quando arriva il momento delle nomine: la casta padana si scatena e piazza uomini e donne di partito, legati per affinità, politica o coniugale, a questo o quell’esponente della Lega. Certo, alcuni dei nominati hanno curriculum adeguati, competenze professionali da spendere ma a noi cittadini comuni resta un dubbio: non era forse possibile che potessero essere nominate persone con curriculum e competenze magari ancora più adeguati, ma che non figurano nell’entourage della Lega o dei suoi alleati? – si chiede Calesso e si risponde – Poltrone, prebende, sottopotere e sottogoverno: la Lega non perde occasione per confermare la sua tendenza alla militarizzazione, all’occupazione scientifica dei luoghi di comando nelle ocietà partecipate da comuni e Regione».

«Ma la Lega non si limita a praticare questo metodo, lo teorizza anche, con il noto “modulo” 3-1-1, quello secondo cui in ogni consiglio d’amministrazione delle partecipate 3 posti vanno appunto alla Lega, 1 al resto del centrodestra, 1 al centrosinistra o alle civiche. E ad annunciare il 3-1-1 non sono gli amministratori o sindaci leghisti, ma chi ha la responsabilità politica della Lega segnando, quindi, che è il partito a decidere su queste vicende, non gli eletti nei municipi – e sottolienea – L’aspetto più preoccupante è il segnale, il messaggio che la Lega manda all’opinione pubblica, agli amministratori locali di altre parti politiche, a tutti i cittadini e che suona più o meno così: “Se volete ottenere qualcosa dalle istituzioni dovete passare dalla Lega”».

La conclusione di Calesso è che «qui si supera la questione della guida delle società partecipate e ci si avventura su un terreno più delicato, quello della democrazia. Certo, nessun pericolo eversivo, ma quando la “concezione proprietaria delle istituzioni” della Lega viene non solo praticata ma anche teorizzata, quasi “scritta”, siamo di fronte a un problema nuovo perché, come è noto, costruire modelli, “scrivere” appunto va al di là della politica, è un tentativo di incidere a livello culturale, di costruire un “senso comune” – ed ammonisce i “suoi” – E tutto questo avviene nel silenzio anche di troppe parti del centrosinistra che, avendo ottenuto un posto in qualche consiglio d’amministrazione, preferiscono mantenerlo che mettere in discussione il sistema leghista».

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