Regole anti-Covid negli asili, le maestre: «Rischiano di diventare le scuole del divieto»

A colloquio con le insegnanti della “Trevisan” di Vicenza: «Distanziamento e raggruppamenti, sarà difficile evitare la frustrazione per i bambini»

«Sulle norme tecniche di gestione si può trovare la quadra. Ma come possiamo garantire il distanziamento dei bambini a quell’età?» Alessandra Farneda è la coordinatrice referente della scuola dell’infanzia comunale “Piero Trevisan” di Vicenza: tre sezioni, 75 bambini dai 3 ai 6 anni, 6 docenti più una maestra di sostegno. In questo periodo di chiusura forzata a causa dell’emergenza Coronavirus «ci mancano la spontaneità e la gioiosità dei bimbi, la routine della scuola, le colleghe: se avessi garanzie riaprirei scuola immediatamente». Insomma c’è voglia di tornare in aula ma resta la preoccupazione per le linee guida dettate per la ripresa, soprattutto per il distanziamento tra maestra e bambino e tra gli stessi bambini: «quasi impossibile da garantire».

«I piccoli hanno bisogno di aiuto in tante cose»

Per spiegare le difficoltà nell’applicare le linee guida sul distanziamento negli asili contro il Covid 19, la Farneda racconta la giornata tipo di chi vive la realtà con i bimbi: «Dai 3 ai 6 anni il bambino ha bisogno di sentirsi accolto, rassicurato. E lo sguardo non basta. Ci sono tante situazioni banali da affrontare ogni giorno: il bimbo è caduto e si è sbucciato un ginocchio, devi aiutarlo a soffiare il naso, piange e ha bisogno di un abbraccio. Come i piccoli di 3 anni durante l’inserimento, quando improvvisamente diventano tristi perchè pensano alla mamma. Come si fa ad applicare il distanziamento dalla maestra? Quando li fai giocare alcuni stanno sempre intorno all’insegnante, hanno bisogno della relazione fisica. I bambini piccoli vanno aiutati a mangiare, ad aprire il vasetto di yogurt, ad andare in bagno (qualcuno ha ancora il pannolone), anche a lavarsi le mani. Succede anche con i più grandi di doverli controllare: di prassi i bambini prendono un po’ di sapone e mettono le mani sotto l’acqua, loro sono a posto così. Si è anche ipotizzato di farli mangiare a sacco, forse sarebbero più sicuri i contenitori della mensa, su piatti lavati e sterilizzati». Le maestre hanno anche provato parlare di distanziamento in videochiamata con i bimbi, racconta l’insegnante di sostegno Silvia Bertolini: «Ci hanno chiesto cos’è. Gli abbiamo spiegato: noi e loro siamo distanti mentre loro e i genitori sono vicini. Sotto casa mia però qualche giorno fa ho incontrato una bimba della nostra scuola, appena mi ha vista si è messa a correre per abbracciarmi. Io mi sono tirata indietro e sua mamma l’ha fermata. La piccola mi ha guardato come per dire: ma cosa fa la maestra? Poi mi hanno detto che ha pianto, perchè non ha capito».

Gruppi di cinque

«Come spiegare a un bambino che le costruzioni gialle può usarle solo lui e prima di passarle all’amico vanno disinfettate? Bisognerebbe rivoluzionare la didattica», spiega la Farneda. Senza contare che si ipotizza di lavorare con gruppi separati di 5 bambini ciascuno: «In 6 maestre potremmo occuparci di 30 bambini. E gli altri?. Non è detto che i cinque messi insieme siano quelli che si relazionano meglio. I bambini si scelgono naturalmente. A quest’età abbiamo visto evoluzioni di amicizie passare da un attaccamento viscerale all’ignorarsi a fine anno». Sull’ipotesi che intanto possano ripartire alcuni centri ludico-ricreativi all’aperto precisano che «nella nostra scuola c’è un bel giardino ma senza panchine e zone d’ombra e comunque i bambini, dopo 5 ore fuori, se non hanno stimoli si innervosiscono. Può andare bene per un giorno ma poi?». Nella certezza, assicurano, che se si dovesse ripartire sarebbero tanti i genitori a usufruire del servizio, per avere un punto di appoggio, per consentire al fratello maggiore che studia di stare tranquillo. «Il protocollo parla anche di priorità ai bambini con disabilità – aggiunge la Bertolini – ma nelle situazioni più gravi sarebbe ancora più difficile assicurare il distanziamento da loro». Ripartire così rischia di farla diventare «la scuola del divieto: questo non lo puoi toccare, non giocare con il compagno, non avvicinarti alla maestra. Fino a ieri li abbiamo spinti a stare insieme, a condividere. Adesso dovremmo insegnarli l’opposto».

Voglia di vedersi, anche in video

Alla ripartenza della scuola ci saranno da organizzare entrata e uscita con percorsi separati e l’applicazione di una serie di regole, con norme di igienizzazione da rispettare prima di entrare nell’edificio  scolastico «Sanificare o cambiare le scarpe, forse anche un cambio di vestito, va misurata la febbre. Significherebbe dover disporre di spazi appositi e quindi anche di più personale. Ormai è chiaro che dovremo imparare a convivere con il Covid-19 e quindi ad adattarci cambiando la nostra vita personale e il lavoro. Ma non si risolve tutto in un mese. E a chi decide vorrei mi spiegasse concretamente come applicare il distanziamento in queste fasce d’età. Rischiamo di portare i bambini alla frustrazione». In questi mesi di chiusura le maestre, su indicazione della direzione pedagogica didattica del Comune di Vicenza, hanno mantenuto un contatto con i bambini grazie al supporto dei genitori. Alessandra e Silvia raccontano di «videochiamate collettive sempre molto partecipate, almeno da 20 su una classe di 25». I piccoli hanno sempre voglia di vedersi: «All’inizio non è stato facile, hanno dovuto rispettare i tempi di attesa, volevano parlare tutti insieme. Qualcuno non ha ancora accettato del tutto questo sistema, alcuni estroversi davanti allo schermo diventano timidi, altri lasciano la mamma e si nascondono. Noi abbiamo detto ai genitori di non forzare i bambini, di lasciare che si avvicinassero spontaneamente al video. Per loro è diventata una forma di gioco. Ma abbiano notato che hanno bisogno di incontrarsi, di salutarsi. Quando ci si connette si parte un po’ alla volta ovviamente e i bambini cercano subito il compagno, l’amico: ma Marco non c’è? Ma Stefano non viene? Genitori e rappresentanti di classe invece ci scrivono subito dopo: a quando la prossima?».

(ph: imagoeconomica)