Il significato della democrazia oggi

Veniamo privati delle libertà e non ci ribelliamo. E chi ci governa lo abbiamo voluto noi

Nel terrore di derive apologetiche, abbiamo scioccamente blindato i discorsi sul fascismo e ci siamo privati di approfondire un caso vicino che ci avrebbe permesso utili riflessioni. Nino Tripodi è l’autore di un corposo volume dal titolo “Italia fascista in piedi!”, ancora rinvenibile in Amazon e simili, che elenca e racconta l’adesione, almeno al primo fascismo, di indubbi democratici quali l’ex Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, solo per citare nomi certamente noti. Viene da chiedersi, come mai persone rispettabili e di alta caratura politica e culturale abbiano potuto aderire al fascismo se fosse stato un male assoluto, come detto da Gianfranco Fini che, pure dopo la sua caduta, per decenni vi aveva idealmente aderito?

Una serena analisi di tale fenomeno avrebbe permesso di cogliere sani criteri difensivi della democrazia e della libertà, ma interessi eterogenei ed anche contrapposti, hanno preferito ignorare tutto e lasciarci orfani di un approfondimento che sarebbe stato prezioso. Naturalmente, il contesto in cui è nato il fascismo è irripetibile: la prima guerra mondiale vinta a prezzo di enormi sofferenze e di oltre 600.000 caduti, i cui “benefici” sono stati mutilati, specialmente dall’improvvido alleato americano; un partito socialista internazionalista, antimilitarista, con forte componente massimalista, che proclamava o sosteneva, migliaia di scioperi al mese; soldati che hanno combattuto tra difficoltà inimmaginabili, che hanno visto morire i commilitoni, che nelle trincee hanno contratto malattie allora incurabili o che sono stati feriti (quasi 2,5 milioni!) e, per ringraziamento, erano derisi e sputacchiati, con zero riconoscimenti da parte dello Stato e la persistente compagnia della miseria; le estese violenze dei socialisti massimalisti, con reazioni sempre più organizzate della parte avversa. Questo insieme di fatti portava in modo naturale verso una svolta autoritaria e per i moderati del tempo, la scelta era tra la sovietizzazione dell’Italia o l’appoggio ad una forza nazionale.

Così, con una rivoluzione più coreografica che reale, e tra le distaccate titubanze di Mussolini, è nato il fascismo come forza di governo, le cui tante anime (sansepolcristi, nazionalisti, repubblicani, monarchici, antisocialisti e socialisti), alleate ad esponenti popolari (democristiani) e liberali, tutti coagulati dalle violenze rosse, nel 1924 ottennero la maggioranza assoluta dei voti (oltre il 65%), consegnando democraticamente l’Italia al fascismo.

Attualizzare quel fenomeno per trarne esperienza non è agevole, essendo molto diverse le condizioni storiche. L’Italia, da nazione povera e contadina, è diventata una ricca potenza industriale; l’Italia, da estese condizioni di analfabetismo, è una nazione con cultura diffusa; il benessere, allora privilegio di pochi, è ora un fenomeno di massa; l’esperienza delle armi e della guerra, che allora riguardava la quasi totalità dei maschi maggiorenni, è ora assolutamente eccezionale; la religione cattolica, che era un grande fattore unificante del popolo italiano, ora ha un valore residuale e le nuove religioni dell’edonismo e dell’egoismo pratico, oggi così diffuse, hanno portata divisiva; l’appartenenza politica, che era passionale e per molti aspetti totalitaria e stabile, ora è un fenomeno superficiale e fluido. Con tante manifeste differenze, c’é da chiedersi se un raffronto tra allora ed ora abbia ancora qualche utilità. In realtà, tra allora ed ora, vi è un forte elemento comune ed è l’uomo, con le sue ancestrali tendenze e istinti di base. Se accettiamo l’importanza di tale fatto, le grandi differenze rilevate tra il 1922 ed oggi, sarebbero di “abito” non questione di sostanza e quindi, con opportune attenzioni ed adattamenti, è ancora possibile un utile raffronto, che ci permetta d’intravvedere il futuro alla luce dell’esperienza passata.

Democrazia e democrazie

Gli Americani, culturalmente figli delle apodittiche chiarezze protestanti, hanno esportato e in molti casi imposto, un modello di democrazia parlamentare, reputato come l’unico possibile. In realtà, il modello democratico dev’essere adeguato allo stato ed alle condizioni d’un popolo. Ottenere il voto di un popolo analfabeta, grazie a raccolte di persone galvanizzate da modeste promesse alimentari, nella sostanza, non ha nulla di democratico. In questo quadro, una élite di governo articolata e responsabile, può essere molto più democratica della “democrazia” costruita su promesse alimentari di base. Ne consegue, che la democrazia non è un idolo formale e feticistico, ma un percorso, che dinamicamente sposta poteri decisionali verso la base della piramide sociale e, quindi, la democrazia non è veramente possibile senza la concreta applicazione del principio di sussidiarietà. Se tale criterio distintivo dovesse avere un pregio, troveremmo sconsolante l’indice di democraticità della maggior parte dei governi democratici occidentali. Infatti, essi tendono ad una sorta di degenerazione “monarchica”, che accentra sempre più decisioni al vertice politico ed oggi, nella sua perfetta degenerescenza, sposta decisioni ai supposti vertici tecnici. Il fenomeno non è pandemico e non è solo italiano, ma molto generale e diffuso. Nella UE, il potere decisionale è in mano a Commissari che non sono eletti dal popolo e che spesso sono estranei alla politica. Le scelte monetarie sono della BCE, totalmente avulsa dalla volontà popolare, pur avendo poteri decisivi ed estesi sulle nostre vite. Così, in una sorta di circolarità, troviamo governi autoritari, ma popolari, che decidono a fronte di un effettivo consenso da parte dei cittadini e governi democratici che, pur nella correttezza formale dei riti elettorali, ai cittadini sono estranei. Anche questi fatti ci obbligano ad assumere nuove categorie e dei criteri di giudizio originali. Gli anni del grande consenso popolare al fascismo italiano ebbero termine con le sofferenze della Seconda guerra mondiale. La popolazione visse sconosciute incertezze, la fame, le separazioni familiari, i bombardamenti e, anche se con una certa inerzia, divenne avversa al regime, esplodendo quando il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo sfiduciò Mussolini ed il Re lo fece arrestare. Al pari di molti altri esempi storici, un popolo, pur affezionato ad un regime, non sopporta eccessivi sacrifici e se essi continuano, si ribella. Questo modello di comportamento è comune ai regimi autoritari come alle democrazie, con la sola differenza negli esiti finali: la crisi di un regime autoritario porta ad un maggiore controllo popolare (Rivoluzione francese, caduta del fascismo, di Ceausescu, di Honecker), la crisi di una democrazia orienta il popolo verso un regime autoritario (fascismo, nazismo, franchismo, Pinochet ecc).

Democrazia e antidemocrazia

Democrazia, letteralmente, è “governo di popolo”, ma i popoli non governano, vogliono fare in pace i loro affari. In effetti, parlare di “governo del popolo” o di un imbroglio semantico è la medesima cosa. Escluso che nella democrazia, elitaria ma diretta, della polis, negli Stati moderni il popolo governa attraverso una serie di mediatori: dei rappresentanti per il potere legislativo, un governo per quello esecutivo, un ordine “autonomo” per quello giudiziario. Poi, vi è un’ampia suddivisione di competenze pubbliche che sfuggono a controlli popolari diretti, essendo emanazioni permanenti di poteri politici antecedenti: sono strutture stabili che con inerzie e sorde opposizioni, possono collidere con le maggioranze popolari ultime espresse. Inoltre, senza l’applicazione del principio di sussidiarietà, le competenze politiche e amministrative “di vertice” si ampliano progressivamente, anche attraverso strutture burocratiche, sempre più complesse, estese e politicamente influenti. Quale esito di una lunga involuzione, in Italia i poteri pubblici dispongono sui fatti minuti dei cittadini e richiedono un apparato enorme nel numero degli addetti e nel fabbisogno di risorse.

Come ultima caduta, si vede bene nella crisi “Covid-19”, abbiamo il ricorso “ai tecnici”, non eletti, penalmente irresponsabili, manifestamente fallaci, che decidono in modo ultrattivo dei nostri diritti fondamentali. Normalmente, solo i politici, tramite gli organismi tecnici dello Stato avrebbero dovuto dare le indicazioni di comportamento o meglio indicare le buone prassi prevenzionistiche ai cittadini che, per senso civico, avrebbero dovuto rispettarle. Viceversa, i soliti ansiogeni con vocazione dirigista, trovano “normale” porre tutti i cittadini agli arresti domiciliari, al pari di mafiosi ed ergastolani; trovano “normale” cambiare più volte tutte le opinioni tecniche correlate, salvo che sul dogma della limitazione delle libertà; trovano “normale” licenziare in tutta fretta un sistema di controllo personale esteso, alla faccia di tutte le defatiganti e pignolesche imposizioni nei rapporti privati della privacy, mentre mancano le necessarie norme di difesa proprio dai pubblici abusi. Ma, purtroppo, l’Italia abbonda di odiatori dei singoli, delle loro scelte e dei loro diritti, ma che amano la locuzione mussoliniana, in realtà mai allora applicata: “tutto nello Stato e nulla al di fuori dello Stato”.

Ciò, con l’aggravante che, mentre Pio XI°, nell’enciclica “Non abbiamo bisogno”, accusò il fascismo di “statolatria”, oggi abbiamo Bergoglio che ci raccomanda di “Obbedire alle regole anti-Covid19”, regole che c’impediscono funzioni religiose, esequie, libertà di movimento, diritto d’istruzione, introducendo estese anche se informali censure. Ieri, per molto meno, il Papa avrebbe proclamato una crociata. Oggi, Bergoglio, per il tramite della CEI elemosina concessioni. La chiesa non è l’unico anello critico di sistema, anche la magistratura è sospesa nelle sue funzioni, salvo che per la possibilità dei Ministri di ricorrere al Consiglio di Stato per inibire scelte delle Regioni. Così, come in ogni dittatura che si rispetti, assistiamo allo svuotamento dei diritti, all’esasperazione degli obblighi, ad una disarticolazione dei meccanismi di controllo giudiziale, ad un drammatico impoverimento economico (garanzia di perpetuazione del giogo), ad un forte richiamo al solidarismo come atto dovuto (avere opinioni discordanti in questo difficile momento è considerato disfattismo), alla costituzione di una garanzia d’impunità per i vistosi errori commessi dai “tecnici” (vero sogno di qualsiasi dittatore), ad un’accelerazione impressionante nelle politiche di spesa (ottimi incontrollati affari e perpetuazione della schiavitù economica), ad un Parlamento silenziato, ad un governo dei DPCM chilometrici, prolissi e ripetitivi (quale tecnica di occultamento delle porcherie). Come in ogni buona dittatura, il Capo “gode di ampi consensi per come gestisce l’emergenza”, non si capisce a quale emergenza ci si riferisca: se a quella negata, oppure a quella di fronte alla quale siamo ancora impreparati (ancora oggi le farmacie NON hanno mascherine e siamo a 90 giorni dalla Delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020: Dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili- GU Serie generale n. 26 del 01.02.2020).

Inerzia popolare e crisi

Il popolo “è lento all’ira”, non perché intrinsecamente virtuoso o generoso, ma perché tra gli atti che lo riguardano, le relative percezioni e la scelta di reazioni passano tempi lunghi. Tale fatto è terribile perché assicura impunità ai peggiori. “Io spendo e rubo, tanto poi quando si dovrà pretendere sacrifici a rimedio ci sarà un altro al governo. Così, io guadagno due volte: nella cosiddetta politica della spesa (tangenti, voti, posti di responsabilità agli amici) e politicamente, perché sarà il prossimo governo che avrà l’onere di togliere le castagne dal fuoco.” Certa “alternanza extra elettorale”, che tanto piace ai supposti democratici doc, favorisce questo cinico progetto e l’inerzia popolare lo mantiene in vita. Così, molte legittime lagnanze verso il nostro sistema politico, trovano proprio nei nostri passivi comportamenti la loro causa prima. Verrebbe da dire: Svegliamoci! Come sarebbe inconcepibile scegliere tra gli oggetti nascosti in due scatole chiuse e prima di scegliere pretenderemmo di conoscerne i rispettivi contenuti, così è irrazionale votare senza esserci interessati di fatti e di politica. La bassa qualità dei nostri politici, altro non è che il modesto risultato del nostro disinteresse.

Conclusione

È proprio l’inerzia la causa prima dei nostri guai. Disinteressarci, evitare di approfondire i problemi, ci espone a immobilismo, scelte futili o etero dirette. Impossibile che esse possano essere conformi ai nostri interessi. Se avessimo per le scelte politiche la stessa attenzione che poniamo nell’acquisto di un qualsiasi prodotto di consumo, saremmo perfetti. Per le futilità, ci documentiamo, facciamo ricerche, raffronti economici, esami di compatibilità, scelte finanziarie, mentre invece per le scelte strategiche nazionali, ci accontentiamo di accattivante simpatia personale. Poi, ci lamentiamo di avere eletto al Parlamento dei fancazzisti, bibitari, populisti, mafiosi, drogati, maniaci, incolti. Di chi è la colpa?

Franco Ravazzolo
Presidente ANPIT Veneto

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