«Su Silvia Romano l’Italia è andata in anestesia emozionale»

L’antropologo padovano Borile (ex consigliere comunale M5S) sulle reazioni nei social: «Stupidità diffusa e cultura dell’odio»

«Non è mia intenzione commentare padri che hanno vagheggiato, e pubblicamente espresso, il desiderio di lapidare una ragazza, Silvia Romano, coetanea della loro figlia o postillare giovani che ne invocano l’impiccagione; tanto meno glossare di madri e donne che auspicano uno stupro. Altri ancora, con ferma convinzione, invocano l’auspicio che possa ritornare in mano a sequestratori. Per molti la colpa di Silvia è stata di scendere dall’aereo sorridente, quindi colpevole. Non scenderò a tale livello di degrado poiche’ incommentabile, umanamente inaccettabile.

Parlerò dell’abbraccio intenso, commovente, quasi di perdono che ho visto in tv: una giovane ragazza, lontano oltre un anno da affetti e carezze familiari, che stringe la mamma appoggiando il capo piangente al suo petto e la mamma con forza la ricambia trasmettendo interamente il suo amore, la sua protezione. Un legame indissolubile, travolgente e inalienabile.

Il padre commosso, a lato, rispetta ossequioso il suo momento per anch’egli riabbracciare intensamente Silvia; inchinandosi prima, come fosse la sua principessa finalmente tornata viva a casa.

Scene umane cui tutti avevamo bisogno di vedere, perché come tutte le storie brutte c’è bisogno di un lieto fine. Ma dove c’è disordine l’uomo, per sua natura, vuole mettere ordine: il suo ordine.

Da subito abbiamo dimenticato l’emozione visiva che per alcuni ha tracciato il percorso per sentimenti di disprezzo, di giudizio o di dileggio. Da vittima, la giovane milanese è divenuta complice, se non addirittura volontaria e consapevole artefice di quanto ha vissuto.

Abbracci, carezze, gioia e amore: queste le immagini che desidero ricordare. Espressioni, mai come in questo periodo di solitudine e isolamento, di cui abbiamo subito l’assenza ma che manifestate in tv non siamo stati in grado riconoscere: semmai sono state oltre modo sepolte e criticate. Eppure il valore e il forte amore di ricongiunzione tra figli e propri genitori, dopo sofferenze e indicibili e pressioni psicologiche, non sono stati colti, nè percepiti. Cosa ci e’ successo?

L’isolamento sociale a cui siamo stati sottoposti ci ha anestetizzati emozionalmente, alimentando pensieri di rabbia, di vendetta, di un presente ingiusto che ha prodotto sincopi relazionali, interrotto contatti umani. Un presente che ci ha segregato inutilmente, consegnandoci un futuro incerto e preoccupante. Silvia Romano è tornata a casa proprio in questo contesto socio-emozionale.

Sembra quasi che, incredibilmente, sia stata liberata nel momento sbagliato. In questo clima di risentimento, inattività, rabbia e paura il palcoscenico emotivo a cui abbiamo assistito (forse volutamente imposto) ha condotto alla formulazione di una sentenza ed esecuzione immediata, senza conoscere alcuna prova o tentativo logico di ricostruzione dei fatti. Tutto è fluido, veloce: un copione che non prevede eccezioni ma solo una trama. Un processo di vittimizzazione che porta alla costruzione artificiale di un colpevole e un responsabile: Silvia. Per molti Silvia se l’è cercata e quindi tutto quanto Le è accaduto è frutto di una sequela di scelte e azioni sbagliate. E nella convinzione che questa sia l’unica versione possibile, chiunque ora è legittimato a colpirla e insultarla.

Hanno preferito vedere una giovane folle, responsabile di quanto le è accaduto (come se qualcuno decidesse di andare in Africa per essere rapito e vivere nella giungla con un’arma puntata addosso per 18 mesi). Hanno preferito alimentare l’odio intra-culturale tra differenti civiltà non avendo ella indossato un abito non occidentale (dopo 18 mesi di prigionia in un paese islamico è impensabile indossare jeans o gonne), sino ad attribuirle il ruolo di fanatica terrorista infiltrata.

Ci siamo chiesti perchè i nostri servizi di intelligence non l’abbiano liberata senza riscatto, ignorando che la stessa Unità operativa è interdetta dall’agire mediante operazioni di blitz e che il divieto di riscatto o pagamento per i connazionali prigionieri, per legge italiana, è riferito solo al territorio nazionale e non all’estero.

I processi di vittimizzazione innescano meccanismi anche di colpevolezza e la sua colpa per molti risiede in ciò che hanno visto e creduto di sapere. Poco importano le violenze, le scelte obbligate, la non conformità a stereotipi e pregiudizi di una società sessista, patriarcale e islamofoba.

Ella è stata giudicata artefice del suo destino e come tale qualsiasi sofferenza abbia subito è la giusta conseguenza di presunte scelte, supposte dagli odiatori del web.

Dopo mesi di assoluto disinteresse per Silvia e del suo rapimento, adulti e giovani non sono riusciti a vedere, almeno per istante, una dolce ragazza che sorride e piange per essere tornata incolume a casa eppure non ancora libera: piuttosto prigioniera di una diffusa stupidità e cultura dell’odio dalla quale sembriamo non esserci ancora disfatti».

(Ph Imagoeconomica)

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