La sanità veneta ha retto bene la sfida Coronavirus. Ma non grazie ai privati

Ballerine le cifre di Zaia sulla spesa per le cliniche convenzionate. Catastrofe evitata solo perchè il “modello Lombardia” non ha attecchito

Nei suoi incerti esordi, la pandemia aveva fatto subito sorgere la domanda: ma come funziona la sanità pubblica? Con un’ulteriore interrogativo strettamente collegato: ma è vero che negli ultimi vent’anni si è fatto di tutto per privatizzare il più possibile la sanità? Poi l’esplosione del contagio, i morti a raffica, l’aumento esponenziale dei ricoveri hanno lasciato sospese queste domande, occorrevano piuttosto risposte sul campo. Che sono state date, in Veneto meglio che in Lombardia, così come in Emilia Romagna. Ma i due quesiti esistono e resistono, c’erano prima, ci sono stati durante e rimangono fondamentali soprattutto per il dopo, perché sono strutturali e ineriscono al tipo di servizio sanitario che si vuole. Nel durante, per esempio, si è visto come l’offerta sanitaria privata non sia servita pressocchè a nulla, né in Veneto né in Lombardia, caso del San Raffaele a parte. Peraltro ha fatto scalpore, nel bel mezzo dell’emergenza sanitaria, quell’uscita del presidente Luca Zaia che, lodando la sanità pubblica per il suo funzionamento, sosteneva su questa bisogna puntare e quindi rafforzarla.

Ma come? Da una ventina d’anni da più parti si accusa la gestione regionale della sanità di aver indebolito il pubblico a favore del privato, e da parte dei gestori, politici e manager, si è sempre opposto un refrain diventato mantra: «La sanità veneta è tra le eccellenze, è la migliore d’Italia». Anzi, d’Europa, dicevano i più infervorati, perfino i tedeschi vengono a copiarci. Il fatto è che una cosa non esclude l’altra: ammesso e concesso che la sanità veneta sia un’eccellenza, questo non significa che non ci sia stato un processo di privatizzazione crescente. L’enfasi va modificata: funziona bene quel che resta del sistema sanitario pubblico veneto. E per fortuna.

Oggi che le tribolazioni da coronavirus sembrano attenuarsi, c’è modo e tempo per porsi la famosa domanda: si è forse esagerato con le privatizzazioni? Ed è subito cominciata la guerra delle cifre, delle percentuali, una messe di numeri da stordire uno statistico, un coacervo di dati immagazzinati in vent’anni in cui pescare quel che fa più comodo. Per arrivare al singolare fenomeno per cui i numeri, che in quanto tali sembrerebbero indiscutibili, invece non lo sono più, e invece di essere una base certa di confronto, sono la prima fonte di contrasto tra opposte interpretazioni.

La versione istituzionale, ad usum populi, è stata ufficializzata pubblicamente da Zaia il 27 dicembre scorso, sbandierando i dati di uno studio/rapporto commissionato ad Azienda Zero, cioè all’organo che gestisce per conto della Regione tutta la sanità veneta. Come chiedere allo chef la recensione sul proprio menù, ma tant’è. Respingendo ogni critica, Zaia ha declamato: «La spesa per il privato accreditato è passata, tra il 2010 e il 2018, da 861 milioni a 808 milioni, cioè meno del 6% del totale». Per la sanità veneta si spendono circa 10 miliardi di euro l’anno. Il 6 per cento? Da subito è diventata una cifra ballerina, nella stessa bocca di Zaia, che in altre dichiarazioni l’ha fatta diventare 8,8%, poi 10 e infine, davanti alle telecamere di Presa Diretta ha detto che l’incidenza del privato convenzionato nel Veneto è del 12%, molto meno della stragrande maggioranza delle regioni italiane.

Tutto può cambiare a seconda dei parametri che si adoperano per calcolare la delega di servizi ai privati. Ci si può basare sulla spesa, sulla percentuale di prestazioni assicurate, sui posti letto esistenti. E allora vai, secondo Zaia, con il privato in picchiata: l’attività dei privati è scesa dal 27% del 2010 al 18% del 2018; le prestazioni convenzione di laboratorio sono passate dal 20% all’11%; i posti letto nella sanità privata non superano il 18%. Questi dati sono stati contestati, uno per uno, da quasi tutti: dai medici che lavorano negli ospedali, dai sindacati, infine dagli avversari politici. Che tutti, a loro volta, hanno esibito dati inoppugnabili, non foss’altro perché – udite udite – ricavati da fonti ufficiali della Regione Veneto. E sono numeri – regionali! – che raccontano tutta un’altra storia.

Per esempio che negli ospedali pubblici, nei 17 anni tra il 2202 e il 2019, ci sono 3629 posti letto in meno, contrazione del 20%; e che nello stesso periodo quelli del settore privato sono aumentati del 16%, con 517 posti in più. Il processo si è addirittura concentrato negli ultimi anni e i programmi fino al 2023 lo confermano: riduzione dei posti letto pubblici (-6,6%) contro l’aumento di quelli privati (+4,5%). E’ prevista soprattutto la decurtazione dei letti pubblici per post acuti, a tutto favore dei privati: la gestione dei post acuti costa meno.

Parliamo delle risorse? «Nel consuntivo regionale 2018 è pari a 2,8 miliardi di euro su 10 miliardi, il 28 per cento, che scende al 23% se vogliamo togliere i 500 milioni di medicina generale»: lo dice il Pd regionale con Stefano Fracasso e Claudio Sinigaglia. E allora il 6, l’8,8, il 10, perfino il 12 che percentuali sono?

I sindacati medici (nella fattispecie i dirigenti, con l’Anaao) denunciano da anni tagli e altre piacevolezze di contorno (mancati adeguamenti degli stipendi, poca trasparenza eccetera) e danno cifre tagliate col bisturi, sempre basate su dati regionali: «la privatizzazione in questi anni di gestione leghista è raddoppiata arrivando al 28% per l’attività specialistica ambulatoriale e al 24% per l’attività di ricovero».

Ma la privatizzazione non si fa solo aumentando le convenzioni o i posti letto privati: ci sono sistemi meno evidenti. Se si tagliano reparti e servizi nella sanità pubblica, la risposta ai cittadini diventa più difficile, le liste d’attesa più lunghe. Molti utenti si rivolgono al privato, pagando di tasca loro. I privati incassano, la sanità pubblica risparmia e paga Pantalone che, se non è un evasore, mantiene il servizio sanitario nazionale con le proprie tasse. Ne avrebbe diritto, ma… «Non sarà mai vero che ci si debba rivolgere al privato pagando di tasca propria» declama Zaia, ma pare che i numeri lo smentiscano: il cittadino veneto spende in media per la sanità privata 779 euro l’anno, e la media nazionale è di 636.

Nella marea di cifre, c’è stata l’irruzione della pandemia, e le risposte differenti di Veneto e Lombardia. Detta brutalmente, ogni morto in meno è un voto in più per Zaia. Più sottotraccia, l’esperienza dell’emergenza ha dimostrato che il modello lombardo, dove i privati gestiscono il 40% della sanità, non regge appena si esce dall’ordinario. Era il modello cui, per amore o per forza, dovevano ispirarsi i leghisti arrivati al potere in Regione Veneto assieme a Forza Italia, giunte Galan per intenderci. Adesso, a guerra dei numeri in corso, cosa succederà?

(ph: Imagoeconomica)