Nevermind the Bollocks, qui c’è Dan Fante: un poeta che scrive ciò che sente

“Gin e Genio” è una raccolta dura e cruda, come l’esistenza. Ben lontana dalle liriche celesti dei rimatori italiani, che puzzano di falsità

Provate a entrare in una libreria, settore poesia – ammesso che ci sia e non abbia i soliti quattro autori. Prendete uno di quelli meno noti – sempre se c’è, appunto. Beh, qualcosa non torna. Se non siete proprio imbevuti di buoni e melensi sentimenti, vedrete lampeggiare la parola MENZOGNA, a caratteri cubitali, tra le pagine, come un segnale di pericolo. Già! Meglio stare alla larga dalla maggior parte dei poeti italiani – non che i narratori siano meglio. Quanti grandi paroloni! Quanti pensieri alati! Che mucchio di stronzate!

Se uno legge i rimatori italiani vedrà che il loro spettro emotivo è, come dire, piuttosto limitato. Non ce n’è uno che pensi alla fica – eppure, se un poeta è un uomo, non si capisce perché a lui non capiti mai di soffermarcisi con la mente. No, lui è un essere squisito. Lui ama. Alla sua donna angelicata non ha mai pizzicato il culo – così, insomma, simpaticamente, mentre lei stava cucinando. Non l’ha neppure mai chiamata “troia”, tanto per eccitarsi. O, almeno, nei suoi versi non c’è traccia di sentimenti così terra terra. Lui vede la Donna, mai una donna. E pensa all’infinito, all’idea del bello, agli endecasillabi, ma mai al resto.

Poi, nelle sue liriche celesti, non figurano in nessun caso lavori sottopagati, sussidi di disoccupazione o redditi di cittadinanza. La vita vera e la poesia, viste dall’Italia, sembrano mondi che non si incontrano neanche per sbaglio. Almeno, questo per quel che riguarda il novantacinque percento di loro – ci sono eccezioni (Krauspenhaar, Cattaneo e pochi altri). Per fortuna, gli americani sono molto diversi – e voglia Dio che ci conquistino, questa volta non sul piano economico, ma su quello lirico e narrativo. Basta prendere le poesie di Dan Fante (il figlio di John Fante), Gin e Genio (trad. Gabriella Montanari), WhiteFly Press. Di primo acchito potrebbe sembrare in-poetico, forse addirittura anti-poetico. La verità è semplicemente che non la mena, non la “butta in poesia” a ogni costo. Invece di dire solo dei grandi sentimenti – ma che poi, esistono davvero? –, «Fante taglia la vita a fette e ce la sbatte sotto il naso». Poche balle! Per la maggior parte del tempo non ci sono per noi case dei doganieri “sul rialzo a strapiombo sulla scogliera”, o “alberi di limoni” che sono “le trombe d’oro della solarità” – e questi sono gli esempi più riusciti, perché le imitazioni degli epigoni fanno semplicemente pisciare dalle risate.

Sovente, la nostra vita e le nostre miserabili gioie sono più simili a quelle che descrive Dan Fante in Katie: «Mezzo sbronzo/ fuori di testa/ all’una di notte al Tattle-Tail Bar/ non so come, tornando a sedermi/ dopo una sosta al juke-box,/ il mio viso ha sfiorato i tuoi capelli/ e abbracciato il tuo profumo/ ho detto ciao — e tu e la tua amica Ginger/ tutte e due/ mi avete sorriso/ abbiamo parlato/ poi ti è venuto freddo e così ti sei messa/ il tuo cappotto di finto leopardo/ prima di andare al bagno delle signore/ e — senza sapere il perché —/ ho rubato le tue chiavi sul bancone/ e ho giocato, di nascosto nella mia mano,/ ad indovinare quale chiave aprisse quale porta/ poi le ho assaggiate, leccandole una per una/ Tu e Ginger sorseggiavate margaritas/ e parlavate di aumento del seno,/ di promozioni sul lavoro e di trasloco a San Diego/ Poi al momento giusto mi sono chinato verso di te/ e ho sussurrato qualcosa tipo “Mi piacciono le tue tette”/ e ho cercato un bacio/ perché — vedi — sapevo che se anche fossi andato in bianco —/ ne sarei uscito comunque vincente/ perché/ tra una mezz’ora tu starai chiamando un fabbro/ mentre io/ rientrando a casa, mi starò canticchiando/ una canzone d’amore di BB King».

E qui non siamo entro quella tendenza tutta italiana – ovviamente d’importazione – che vorrebbe sostituire la lirica con spettacolini volti a far sorridere, dove il verso si confonde con la battuta ritmata e la poesia con l’avanspettacolo. Fante racconta l’esistenza – anche quella dello scrittore – senza infingimenti e prese per il culo. Ma, soprattutto, parla del sentimento, senza sentirsi in obbligo di nobilitarlo, rivelandone la declinazione prosastica che questo spesso assume nella quotidianità e – perché no – anche tutta la sua banalità, senza quell’afflato misticheggiante (“Il più bel regalo/ l’ho avuto/ a dieci anni/ quando sullo scuolabus/ Karen Birch si è chinata in avanti/ per raccogliere i libri/ la sua camicetta sventolando si è aperta/ e l’estasi mi ha riempito gli occhi/ come le lacrime di Michelangelo/ alla vista della Vergine/ Ero già perso/ ipnotizzato/ trasportato in quel luogo segreto della mia mente/ che negli ultimi quarant’anni non ha fatto altro/ che procurarmi noie e gioie/ Sono esterrefatto davanti al miracolo delle donne/ costantemente/ annientato/ da un paio di tette perfette”).

Se in molti vorrebbero sembrare poeti, Dan Fante si limita a scrivere poesia, a mettere in versi ciò che sente – e non quello che, secondo una convinzione diffusa, il poeta dovrebbe sentire. Per farlo, ci vuole coraggio. Quando, da noi, qualcuno capirà la lezione?