Venezia, il grido dei ristoratori: «Così è impossibile riaprire»

L’associazione della “Buona Accoglienza”: «15 su 16 resteranno chiusi». Il presidente Benelli: «Cassintegrazione ai dipendenti e liquidità per le aziende. Subito, però»

«La situazione è drammatica. Si rischia che il 50% delle attività rimanga a terra, sul campo». Cesare Benelli è il presidente dell’Associazione dei Ristoranti della Buona Accoglienza di Venezia, di cui fanno parte 16 locali. Una quindicina non riapriranno il 18 maggio, e non sanno quando e se lo faranno. Anche il suo ristorante, “Al Covo”, chiuso dal 6 marzo, non ripartirà subito: «manca il carburante: puoi anche cambiare le gomme, sistemare il motore, fare una bella revisione ma così la macchina non può ripartire».

«Puntare al turismo di prossimità»

Molti locali dell’associazione sono storici, promuovono «cultura ed economia del territorio», lavorano con i piccoli produttori per una ristorazione «anche un po’ di nicchia». E per rispettare le disposizioni, di sicurezza e distanziamento, avrebbero bisogno di spazio: «Ci sono locali che hanno 7 tavoli o 12/13. Io sono fortunato perchè ho uno spiazzo esterno, molti non hanno nemmeno quello. Abbiamo chiesto al Comune di Venezia di poter temporaneamente acquisire delle aree fuori per i ristoranti che non hanno plateatico mentre sembra che sulla richiesta di estensione del 50% dei plateatici esistenti sia stata accolta. Lo spazio esterno aiuta anche dal punto di vista della sicurezza. Nella percezione della gente. Si chiuderebbe in un ristorante adesso? All’aria aperta invece, con il distanziamento, la percezione del rischio sarebbe inferiore. Per questo la possibilità di estendere il plateatico o di acquisire spazi nelle immediate vicinanze del locale è importante». Risolto il problema, non da poco, del rispetto delle prescrizioni e del distanziamento, resta la questione clientela: «La nostra è anche veneziana, ma questa dà il 25% della tua economia. Il resto è turismo, abituale, di ritorno, ma turismo. E se manca non riesci a tenere aperto. Per questo stiamo cercando di sviluppare strategie per attirare il turismo di vicinanza, di prossimità. Venezia adesso è deserta ma di una bellezza ed eleganza aristocratica, si scoprono aspetti che noi stessi non vedevamo da anni. Bisogna investire sul turismo di Veneto, Friuli, Trentino, e promuovere le peculiarità: i prodotti, gli orti e i percorsi della laguna, le isole e l’altra Venezia, quella minore e nascosta che è pure piena di fascino. Dobbiamo recuperare dal Triveneto quel 20% di turismo che ci consenta non di guadagnare ma di transitare l’azienda nel 2021. Poi vedremo».

«Costi pesanti, governo misure inadeguate»

Dopo mesi di stop diventa difficile pensare di ripartire: «Si stanno aprendo scenari disastrosi. Ci sono locali che non riescono a pagare l’affitto, a Venezia i costi sono altissimi. Ci sono poi le spese del personale, di acqua, luce e gas, dei prodotti, noi per esempio lavoriamo solo con il fresco. L’economia del comparto tra l’altro era già compromessa, il nostro sistema fiscale non consente di avere riserve, di fare risparmio. Io ho aperto nel 1986 e negli ultimi 15 anni la situazione è molto delicata. Adesso anche le norme del governo sono totalmente inadeguate. Io ho 9 dipendenti, ho chiuso il 6 marzo e le autorizzazioni per il fondo di solidarietà, cioè la cassa integrazione in deroga, sono arrivate in questi giorni. Significa che i miei dipendenti non hanno ancora visto un euro, noi in qualche modo siamo riusciti a pagare qualcosa ma in queste condizioni riaprire significa aggravare una situazione già difficile. Speriamo di farlo più avanti». Venezia tra l’altro era già stata duramente colpita dall’alluvione e si era rialzata a fatica: «Abbiamo avuto un metro d’acqua dentro al ristorante. Ma l’acqua non è come una frana col fango che rimane per un mese. Fa il danno ma poi cala e va via. Purtroppo però il maltempo è perdurato a lungo e questo ha alimentato la paura. La gente per un pezzo chiamava pensando che ci fosse ancora l’acqua alta. La clientela si era già allontanata dalla città e per l’acqua alta abbiamo perso novembre, un mese bellissimo, che richiama il turista di alta gamma. Oggi la gente verrebbe nei locali? Nel ristorantino tipico, nella trattoria, non si va solo per mangiare ma per condividere con gli amici, vedere l’atmosfera, rilassarsi, essere coccolati e serviti: non può essere come un ospedale, con guanti e mascherine, separatori e uno che disinfetta tutto quello che c’è intorno».

Cassa integrazione e liquidità

Benelli da presidente di un’associazione di ristoranti non nasconde le preoccupazioni: «Purtroppo non sono ottimista, saranno in tanti temo a non riaprire più. Anche perchè non siamo ancora in grado di prevedere come andrà, abbiamo informazioni diverse e spesso contraddittorie». Al Presidente del Consiglio Conte e al governatore Zaia i ristoratori chiedono due cose fondamentali: «La cassa integrazione per i nostri dipendenti, una priorità: è inaccettabile non riuscire a mettere insieme qualcosa per fare la spesa. E poi liquidità per le piccole e medie imprese, perchè abbiamo esaurito tutti i risparmi, le nostre piccole riserve. Occorrono azioni forti, decise e rapide». Alcune richieste invece sono dirette al Comune di Venezia, con una lettera già pronta dell’Associazione dei Ristoranti della Buona Accoglienza: «Chiediamo di attivare forme di promozione per i cittadini del Triveneto. Mentre a Firenze a passarci il week-end si trovano senesi, lucchesi e tanti toscani, a Venezia con i veneti non succede perchè è carissima. I parcheggi costano 30 euro, i biglietti 20: una famiglia spende 130-140 euro solo per spostarsi. Abbiamo chiesto al Comune, se vogliamo promuovere il turismo di prossimità, di ridurre le tariffe. I park e garage privati sembra siano disponibili, speriamo lo faccia anche l’amministrazione Brugnaro».