“Si fa presto a dire fame”, la storia del farmacista vicentino morto a Mauthausen

Carlo Crico, amico di Neri Pozza, fu arrestato con l’accusa di aver fatto fuggire i partigiani Soldà e Ageno e non tornò mai più. Una vicenda dall’alto valore morale e civile

Ho molto apprezzato l’articolo di Pio Serafin pubblicato tempo fa sul Giornale di Vicenza col titolo “Il mistero Crico. A Mauthausen”. L’autore ha tracciato un profilo commovente del dottor Carlo Crico, stimato farmacista vicentino, amico di Antonio Barolini e di Neri Pozza, amante della letteratura e della musica, uomo di schietta fede democratica, morto nel Lager di Mauthausen. Arrestato a Vicenza con l’accusa di aver favorito la fuga di Soldà e Ageno per un biglietto da visita ritrovato nella camera dei fuggiaschi, partì, come viene ricordato, dal carcere di S. Biagio il 21 dicembre 1944 con 70 prigionieri, tra cui Torquato Fraccon e il figlio Franco, Gino Massignan, Michele Peroni, Giacomo Prandina. Vedovo di Maria Miotto, morta di cancro, lasciava due giovani figlie.

Serafin riporta testimonianze utili a capire la tempra del personaggio e le sue frequentazioni. Cita una dedica affettuosa di Antonio Barolini a Carlo in una copia de “La gaia gioventù”, e una poesia di Neri Pozza a “Carlo compagno generoso del tuo dolore”. Ricorda due ritratti della figlia Bita, in terracotta e in bronzo, scolpiti dallo stesso Neri Pozza. Auspica che a Carlo Crico, martire della violenza nazi-fascista, la città di Vicenza dedichi una pietra di inciampo per non dimenticare. Desidero riportare la descrizione che Piero Caleffi fa di Crico in una pagina memorabile del libro “Si fa presto a dire fame”, pubblicato nel 1954, a dieci anni di distanza dalle esperienze vissute dal novembre 1943 al maggio 1945 nel lager di Mauthausen.

«C’era con noi Crico, farmacista di Vicenza, cinquantenne, vedovo con due figlie già grandi che erano le pupille dei suoi occhi. Oltre a loro, un po’ di mestiere ma soprattutto letteratura e buona musica. Era ospite di una famiglia amica vicino a Padova quando il capo di questa famiglia, membro del C.L.N. per la Democrazia Cristiana, e un suo figlio partigiano erano stati arrestati. Seguì, ignaro, la loro sorte, senza che alcuno si fosse curato di accertare le sue responsabilità. Ed era anche lui qui con noi. Era un saggio. La sciagura, della quale soffriva acutamente più per le figlie sole che per se stesso, non aveva ancora alterato in lui la serenità dell’animo. Ho avuto da lui il più prezioso elogio ch’io abbia ricevuto nella mia vita. Si parlava un giorno di uno scrittore moderno che a lui piaceva, a me no. Mi obiettò che la critica era quasi unanime nel giudicarlo con favore.

«Non mi importa della critica – dissi-. Cerco di non esserne influenzato nei giudizi ». Mi guardò con un’espressione affettuosa e mormorò: «Infatti… Non avresti quella faccia onesta». Mi accorsi di arrossire, ma quelle parole da un simile uomo, nell’ambiente orribile e nelle nostre condizioni, mi fecero per un attimo felice. Qualche giorno dopo, uscendo per l’appello nel cortile, vidi il suo volto scarno, immobile nella morte, tra i volti di quattro altri cadaveri nudi in un angolo, la messe quotidiana che i monatti del crematorio più tardi ritirarono». Il valore morale, civile, letterario di “Si fa presto a dir fame”, che ai miei tempi era letto a scuola, fu riconosciuto dal giudizio espresso dalla Giuria che assegnò a questo libro il Premio Venezia della Resistenza 1954-1955.

(Ph. Bundesarchiv – Wikipedia)