Scuola salvata dalla borghesia? La pazza idea di De Bortoli

La proposta sarebbe giusta perchè richiama alla responsabilità sociale. Ma è come chiedere a un asino di galoppare

Un editoriale di Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera lancia un’idea finalmente brillante e controcorrente rispetto alla mentalità del capitalismo italiano e di gran parte degli italiani in generale. Sostiene de Bortoli che la classe dirigente privata deve smettere di lamentarsi e assumersi le proprie responsabilità pubbliche. Bellissime, anzi sante parole! Non proprio originali, ma tant’è. In pratica, auspica che una decina di grandi capitalisti italiani illuminati – la borghesia – si prenda la responsabilità di rilanciare il Paese dopo una crisi che dura dal 2008 da cui non si riesce a uscire. Nel discorso di de Bortoli è implicita una critica a quel capitalismo assistito italiano che, più che prendersi responsabilità, sa solo chiedere soldi allo Stato.

Nello specifico afferma che questi dieci capitalisti, grandi borghesi, dovrebbero intervenire prioritariamente nell’istruzione che nel nostro Paese è carente. Il problema è che, per conseguire questo obiettivo non bastano i soldi; ci vuole anche una creatività e una cultura che forse ancora non esiste in nessun angolo del mondo, ma se esistesse bisognerebbe cercarla e importarla.

L’appello di de Bortoli è perciò tanto sacrosanto quanto difficile da mettere in pratica. L’idea che i privati creino strutture proprie di formazione e che investano nella scuola e nell’università privata è la benvenuta, ma non fa parte della tradizione del capitalismo assistito italiano a cui de Bortoli si rivolge. Ce li vediamo gli Agnelli fare questa operazione? O Berlusconi? Ma la proposta viene da un autorevole pulpito e quindi va presa in considerazione.

Perché abbia una qualche possibilità di attuazione – forse nemmeno de Bortoli ci crede davvero – anzitutto bisognerebbe superare un tabù e mettere in concorrenza l’istruzione pubblica con quella privata, in Italia da sempre marginale. Finanziare ulteriormente la scuola e l’università pubbliche ha (avuto) effetti perversi. L’eliminazione del valore legale del titolo di studio sarebbe il primo passo da compiere in modo da spostare l’attenzione dal “pezzo di carta” alle competenze in chi studia e in chi assume; di conseguenza si motiverebbe chi insegna a formare persone concretamente capaci di fare qualcosa. Dare semplicemente più soldi alla scuola e all’università – come si è sempre fatto sia pure con elemosina – nelle condizioni in cui sono non avrebbe effetti positivi. Andrebbero a vantaggio di persone che godono di rendite di posizione più o meno modeste e non sono disposte a cambiare nulla. Lo si è visto con il rifiuto delle innovazioni timidamente introdotte con la “Buona Scuola” qualche anno fa.

Se si aumentano i finanziamenti alla scuola, i sindacati faranno di tutto perché siano semplicemente aumentati gli stipendi e stabilizzate le posizioni di quasi un milione di insegnanti in una struttura rigida e inefficace. Se si aumentano i fondi all’università, da una parte succederebbe lo stesso, dall’altra non ne beneficerebbe sostanzialmente nemmeno la ricerca la cui qualità non può migliorare immediatamente e con soli più soldi, ma richiede tempi molto lunghi di formazione e di ottenimento dei risultati. Per non parlare del clientelismo e di un sistema di valutazione autoreferenziale e burocratizzato.

De Bortoli fa una proposta corretta sollecitando alla responsabilità sociale della grande impresa che nel lungo termine comporta vantaggi anche economici. Temo che non si renda conto che sta chiedendo a un asino di andare al galoppo. Ovviamente, spero di essere smentito.

(ph. Pixabay)