Scuola, che tristezza l’appello di Cacciari

L’appello degli intellettuali ex rivoluzionari (oggi molto conservatori) guarda indietro. Con la solita retorica classicheggiante

Il quotidiano La Stampa del neo-direttore Massimo Giannini pubblica un patetico appello di Massimo Cacciari firmato da altri vecchi intellettuali (in prevalenza filosofi) il cui auspicio è che, dopo la pandemia, la scuola cambi. Ma per rimanere esattamente com’è.

Un esempio di conservatorismo e di luogocomunismo tra i più probanti che abbia mai letto e che dimostra quanto arretrata sia la cultura italiana, soprattutto di sinistra. L’estensore e i firmatari non riescono nemmeno per un momento a pensare che l’epidemia possa essere un’opportunità per cambiare alcune cose che non funzionano (e ce ne sono tante) e si concentrano sull’aspetto meno rilevante che riguarda l’istruzione da “remoto”. Aggiungendo anche il mugugno proprio di chi non sa guardare in avanti e si lamenta sostenendo che prima di fare qualsiasi cambiamento è necessario “porre all’ordine del giorno un complessivo e articolato processo di riforma, frutto di una preventiva e meditata elaborazione teorica…”. Già, ma intanto come si affronta l’epidemia, in luoghi di massimo assembramento quali sono le scuole di oggi? E non ci si è lamentati fino a ieri che mentre nel mondo ormai si usano le telecomunicazioni, nella scuola si è rimasti all’antico?

A fronte di un linguaggio artatamente complesso si scade poi nella banalità di scrivere che “basterebbe mettere il naso oltre le Alpi” per avvedersi che negli altri Paesi le scuole sono state riaperte. Questo – scrive Cacciari e cofirmatari – dimostrerebbe che da noi si sta facendo una scelta a favore dell’insegnamento online che distruggerebbe la socialità della scuola. Ma questo non è assolutamente vero! Magari un ministro – di qualsiasi Paese – fosse in grado di fare questo tipo di scelte. La scuola di oggi è la rappresentazione dell’immobilismo più retrivo, dopo avere svolto nell’ultimo secolo una funzione fondamentale di cambiamento sociale e persino morale dell’occidente e del mondo intero.

La scuola, così come esiste ora, non è stata inventata, come scrive il filosofo e firmano gli altri, due millenni e mezzo fa, bensì un secolo e mezzo fa. L’istruzione di massa, se vogliamo, ha fatto un salto quantitativo negli anni Sessanta ovunque, includendo subito dopo anche l’università. Ma la scuola come organizzazione non ha nulla a che vedere con quella greca, quella romana, quella medievale, rinascimentale e continuando articolandosi nelle varie forme che un tempo assumeva anche nelle diverse parti del globo. Possibile che i “grandi” filosofi di fine Novecento non abbiano colto questo aspetto? Possibile.

Infatti Cacciari ci ricorda che è “probabilmente superfluo (davvero superfluo, ndr) ricordare che il termine greco scholé, dal quale derivano i termini che nelle lingue moderne descrivono la scuola, indica originariamente quella dimensione di tempo che è liberata dalle necessità del lavoro servile, e può dunque essere impegnata per lo svolgimento di attività più nobili, più corrispondenti alla dignità dell’uomo”. Bene, e con questo? Cosa c’entra con la contemporaneità e con l’insegnamento da “remoto”? È assolutamente evidente che i giovani cercano la socialità e le relazioni orizzontali (tra allievi) e verticali (tra docenti e discenti) debbano svolgersi di persona, cosa che non esclude che in parte avvengano via web. Nessuno s’è mai sognato di cancellare l’insegnamento di persona per sostituirlo con quello a distanza, ma l’uso del “remoto” apre ad alcune opportunità di riforma.

La questione rilevante è la qualità del rapporto personale nell’insegnamento che oggi nelle scuole e nelle università è pessimo per una serie di ragioni per le quali servirebbe sì un appello. Cacciari e gli altri parlano di “relazioni verticali” e non ricordano come molti di loro – già in cattedra negli anni Settanta – predicavano l’abolizione delle gerarchie e una scuola-università basata su un rapporto completamente orizzontale, sulla forma “seminario”, sui piani di studio liberi ecc. Così si esprimevano quando erano di estrema sinistra e rivoluzionari, mentre oggi difendono i vecchi schemi che non sono riusciti a cambiare, ma nei quali hanno pascolato per mezzo secolo. Che tristezza.