Achtung: lo Stato di polizia anti-spritz porterà alle feste clandestine

Nei Comuni è corsa alla repressione contro l’aperitivo: pattugliamenti, presidi, agenti in borghese, perfino l’esercito. Spingendo agli assembramenti in casa

Era meglio la quarantena. Se la vita sociale su pubblica via deve ridursi alla continua angoscia da controllo e autocontrollo, con il governo, Regioni e Comuni che lasciano libertà con una mano e con l’altra alzano il cartellino rosso sugli “assembramenti”, allora tanto valeva rimanere fedeli al lockdownismo e morta lì, pace. Capiamoci bene: l’attenzione a non strusciarsi e ammassarsi è elementare buonsenso, dato che il rischio zero non esiste in natura o quanto meno non fino a quando il contagio non sarà neutralizzato dal vaccino (sul quale bisognerà poi vedere il come e il quando e anche il quanto, nel senso di quanto ci costerà, ma questo è un altro discorso). Quando i medici stremati fanno risuonare dagli ospedali stentorei anatemi («cretini!», «imbecilli!») agli adolescenti e post-adolescenti che non usano la minima attenzione, ricorrono ai vocaboli giusti. Ma ingiusto sarebbe criminalizzarli tutti e fare di tutta un’erba un fascio (all’armi siam codivisti, terror degli aperitivisti!). Proprio perchè il rischio zero è pura immaginazione che sarebbe necessario altrettanto buonsenso nell’applicare le riaperture delle attività di ritrovo. Specialmente nei centri storici, che hanno sì piazze e spiazzi anche molto ampi, ma hanno anche una topografia di piazzette, stradine e angoli in cui non è materialmente possibile sostare senza generare giocoforza avvicinamenti tra avventori. Non si può concedere di bere uno spritz, una birra o quel che l’è, inevitabilmente creando occasioni di incontro, e contemporaneamente scagliare tuoni e fulmini se poi la gente si concentra davanti ai luoghi fisici, i bar e i locali. Questa, a casa nostra, si chiama schizofrenia.

La piazza, specialmente in Italia e nell’Italia della gloriosa provincia, è il locus amoenus per eccellenza. Non ci si può aspettare che gli italiani, e i ragazzi in particolare, non si sa bene come (facciamo chat di massa, aperte e dirette da chi?), gestiscano da soli il flusso di persone, che non può non essere libero a meno di non chiudere i punti incriminati con cordoni di divieto o numeri chiusi da discoteca. Stiamo parlando di superfici calpestabili da tutti, non terreni privati. Il signor governatore, il signor prefetto, il signor questore e il signor sindaco, anzichè adontarsi e indignarsi, ci dicano un po’: in quali concreti modi si potrebbe scongiurare il pericolo sempre incipiente di popolare i centri città in prossimità dei banconi? Con le ispezioni random di vigili e forze dell’ordine, al limite si potrà contenere il problema, non certo risolverlo. Via alla sagra repressiva: a Venezia si apposteranno presidi con “pattuglioni” misti (Carabinieri, Polizia, Finanza, Municipale), a Padova si sguinzaglieranno agenti in borghese, a Verona a mali estremi si pensa all’esercito (sic), a Vicenza si insinueranno fra i capannelli degli “angeli” volontari della Croce Rossa per spiegare a bevitori e conversatori come si rispetta la virus etiquette. Il sindaco patavino, Sergio Giordani, minaccia di chiudere i locali – rodomontata: vogliamo vederlo, affrontare l’ira degli esercenti. Questi ultimi stanno pensando ad aumentare la presenza di steward privati, e qualche assessore a spingerli alla prenotazione tavoli: o si sta seduti, o niente consumazione. Ci mancano solo i droni che volano sulle teste e il dispiegamento di sorveglianza è completo. Fare un aperitivo sereno diventerà un’impresa, abbassare la mascherina per bere o fumarsi una sigaretta, un atto al limite della sedizione.

Non so voi, ma ci passa la voglia. Un conto è il senso di responsabilità e di disciplina sociale, un altro è fare e al tempo stesso disfare. O si mettono limiti precisi alla circolazione e all’accesso in determinate aree (tanto, le libertà della decantata Costituzione sono libertà vigilate, ormai lo sappiamo), oppure non vengano a dirci che gli amici si possono vedere e poi perseguitarci con il senso di colpa, guardati a vista, la socialità misurata a metri. Se non ci si può autoregolare al centrimetro quadro, è perchè regole fatte con goniometro e compasso non ci sono e non possono neanche esserci, all’aria aperta (mentre in aereo, giusto per dire, l’orientamento è di mantenere la solita vicinanza: come la mettiamo?). Se è permesso girare e chiacchierare bevendo qualcosa, ma non lo è farlo mentre c’è già un certo numero di presenze, io che sopraggiungo che faccio, dietrofront e vado alla ricerca di un’altra meta? Chi lo stabilisce, e con quale soglia? Vado a occhio? Oppure, se passerà il sistema delle prenotazioni e se i posti son già tutti occupati, a quel punto non andrà a finire che faccio prima a stare a casa e assembrarmi con gli amici, lì sì fottendomene allegramente del distanziamento? Insomma, dobbiamo tornare a vivere le nostre città oppure no? Ce lo spieghino, i dissociati preposti. Altrimenti, abbiano il coraggio di decidere il ritorno alla Fase 1. Sarebbe più logico, detto senza ironia. Come sarà fisiologico assistere in futuro a cronache su feste clandestine e party domestici in barba allo Stato di polizia anti-movida. Non penseranno mica ai rastrellamenti nelle case, vogliamo sperare.

(ph: Facebook Incivilis Padova)