Criminalità, Confindustria Venezia-Rovigo: «200 nuove aziende nel lockdown, pericolo elevatissimo»

Il presidente Marinese: «Il problema numero uno è la mancanza di liquidità, è un momento d’oro per le infiltrazioni». Decreto Rilancio bocciato: «Non serve alle vere esigenze. Fondamentale qui è la Zes»

«La situazione è devastante. Quanto possono perdere le aziende in tre mesi? Faccia una cifra, io gliela raddoppio». Esordisce così Vincenzo Marinese, presidente di Confindustria Area Metropolitana di Venezia e Rovigo,  che riunisce imprese con un fatturato da 35 miliardi di euro, con una quota export del 39%, circa 12 miliardi l’anno. «Rappresentiamo il 52% degli occupati e capitalizziamo ogni anno 7 miliardi e 700 milioni, valiamo il Pil della Liguria». Il punto di partenza di un ragionamento sull’economia a due settimane dall’inizio della Fase 2 è fortemente critico verso il governo: «Il Presidente del Consiglio Conte dovrebbe imparare ad ascoltare. Confindustria, come le altre associazione di categoria, quando parlano non danno un consiglio per un partito o per un altro ma per l’interesse del Paese». Ogni settore cerca legittimamente di fare il proprio interesse. «Se le aziende fatturano di più, vuol dire che dichiarano di più, che investono e che creano occupazione. Conte ha nominato una super commissione di esperti dove non ce n’è uno che abbia mai nella sua vita gestito un’impresa manifatturiera un giorno. E siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa».

Parliamo del Decreto Rilancio: le misure del governo adottate per l’emergenza Covid-19 non sono sufficienti?
Il decreto è sbagliato nell’impalcatura perchè dovrebbe contraddistinguersi dal nome: rilancio. Ma questo presuppone un’attività di investimento perchè ci si rilancia attraverso iniezione di liquidità. Questo decreto invece non lo fa. Le uniche manovre di rilancio, con risorse minime, sono: il rimborso delle spese, al 110%, per l’efficientamento energetico delle abitazioni fino a 30mila euro; il bonus per motocicli e bici elettriche e i soldi per innovazione e ricerca. Su 55 miliardi in pratica niente in termini proporzionali. E a favore delle imprese è stato dato poco, perchè il credito di imposta non è liquidità e non è uno strumento fruibile nell’immediato. Tra l’altro parte da un elemento base, che l’azienda guadagni, e nel 2020 prevedo pochi bilanci in utile.

Quindi il decreto in pratica non serve?
No, e ricordiamoci che comunque a giugno i contribuenti, aziende comprese, dovranno versare 27 miliardi di euro tra acconti e saldi.

Per Venezia e Rovigo ci sono specificità che andavano considerate?
Sì. Il turismo è completamente azzerato e il bonus di 500 euro non sarà certo una leva per farlo tornare. Per Venezia il turismo vale 2 miliardi e mezzo di fatturato. Abbiamo poi il settore della moda, del calzaturiero, distretto da 2 miliardi 300 milioni, che perde in media il 25-30% del fatturato, anche perchè le collezioni sono completamente andate. E poi la filiera agroalimentare, che vale 7 miliardi e mezzo di fatturato, e torniamo al decreto che a queste aziende che fatturano da 5 milioni a 50 milioni di euro non riserva nulla tranne l’abolizione di una parte dell’Irap veramente esigua.

Quale dovrebbe essere il primo atto indispensabile per far ripartire il motore dell’economia?
Siccome siamo un Paese povero, maciullato dal proprio debito pubblico, la prima cosa da fare è sbloccare il decreto liquidità, che sia veramente un’iniezione di denaro finalizzata e focalizzata in determinati ambiti. Un esempio: pagare i fornitori, che così magari attiviamo consumo e circolazione di risorse. Ma bisognerebbe anche evitare di dare contributi sparsi che non accontentano nessuno.

Tra l’altro da più parti lamentano che i contributi o non sono arrivati o non sono comunque sufficienti.
Perchè bisognava incidere con politiche che riducono i costi delle aziende per renderle più competitive. Serve un esempio. Se ho delle persone in cassa integrazione, con numeri che non si riducono nonostante sia tutto riaperto, ti dico: azienda, prendili in carico tu, io governo continuo a pagare la cassa integrazione e tu gli paghi la differenza dello stipendio, così questi anzichè stare a casa lavorano e si scommette sulla produttività. Il piccolo ristoratore che ha dovuto dimezzare gli spazi e vorrebbe diversificare con la consegna a domicilio non può prendersi personale perchè non riesce a far fronte ai costi. Bisogna creare leve che diano impulso per aumentare la redditività, riducendo i costi senza perdere un posto di lavoro. Ma siamo già fuori tempo massimo.

Con tutte le difficoltà in essere, c’è anche l’aspetto sicurezza. Come fanno le aziende realisticamente ad applicarlo al 100%?
Le imprese sopportano in maniera silente le applicazioni della normativa che generano costi, sanificazione piuttosto che mascherine, ma anche improduttività. Se ho un cantiere edile e devo spostare 25 persone, con il distanziamento devo prevedere che in ogni furgone ce ne siano solo 3, ma i lavoratori iniziano il turno tutti alle 8, non quando salgono sul mezzo e arrivano in cantiere.

Anche le piccole imprese riescono ad applicare i protocolli?
Sì, le verifiche dello Spisal lo hanno dimostrato. Ma stanno facendo tanta fatica. In questo momento c’è tanta voglia di lavorare ma prevedo un grande rischio sia per Venezia che per l’Italia su quanto resisterà questa volontà. Noi abbiamo vissuto due fasi e trascurata una terza: la prima della quarantena, tutti a casa nel rispetto delle regole, e la seconda con voglia di ripartire, di fare. Ma quando la voglia passerà, quando verrà meno la leva psicologica della motivazione, allora saranno dolori veri dal punto di vista economico. Nel 2021, quando il governo si aspetta una ripresa, sarà una tragedia.

Si aspetta chiusure definitive?
Prevedo che perderemo il 25-30% del sistema produttivo di piccole medie imprese. Anche a Venezia e Rovigo. E dobbiamo parlare di un problema forte, finora non considerato. Perchè gli effetti di questa politica che non è di rilancio, e non è un attacco al governo ma una considerazione, da una parte creerà una crisi economica ma dall’altra parte fortificherà la criminalità organizzata, che cresce come il marcio dove si annidano le debolezze. E più il tessuto economico sarà debole, più sarà per loro un momento d’oro per entrare. La criminalità organizzata si potrà insinuare a fare affari avendo una enorme liquidità a disposizione.

Quanto è alto questo rischio?
Altissimo. Prendiamo un dato: in Veneto, anche a Venezia e Rovigo, nel periodo di emergenza Coronavirus sono state costituite più di 200 nuove aziende. Dato da pelle d’oca. Chi pensava a costituire un’impresa mentre c’era il lockdown? E come mai? Anche la Guardia di Finanza se lo domanda. I danni collaterali del momento sono tanti. Ma se siamo un paese solido nelle basi, in una fase di emergenza, avremmo dovuto inserire un elemento che consentisse alle regioni e ai comuni virtuosi di poter iniziare a fare debito, per essere anche loro a sostentamento delle aziende. E si ritorna al federalismo fiscale.

Lei ci crede?
E’ fondamentale, sempre di più. Del resto abbiamo visto che pure nell’emergenza ad un certo punto le Regioni si sono ribellate.

Il Covid 19 ha praticamente imposto lo smart working. Le aziende lo stanno accogliendo favorevolmente o c’è una resistenza culturale su questo fronte?
Sono molto favorevole allo smart working ma noi tutto abbiamo fatto tranne che smart working. Se significa rispondere al telefono, fare qualche videoconferenza e mandare qualche mail, possiamo anche archiviare questa parentesi. Noi abbiamo tamponato da casa in questo periodo. Se invece vogliamo avviarlo davvero, e secondo me è un valore enorme, bisogna investire sulla rete digitale perchè smart working significa avere l’azienda a portata di mano, vuol dire avere una linea intranet come essere in ufficio collegato al proprio server, con la stessa possibilità di scaricare dati, con la connettività che viaggia veloce. Così ci credo pesantemente. Ma se continuiamo in alcune zone a non avere la banda larga o al telefono cade la linea ogni due minuti, non serve a niente.

Ma c’è un ritardo culturale fra gli imprenditori?
C’è un ritardo infrastrutturale. La rete digitale equivale ad un’autostrada. Noi abbiamo già un problema di strade, ferrovie, collegamenti. Stessa cosa per il digitale. Dobbiamo investire in maniera forte nel dotare questo paese di quegli asset fondamentali per la crescita, come ha fatto la Germania nel 2008. Dobbiamo prendere questo benedetto Coronavirus e trasformarlo in una opportunità e lanciare il piano più importante dei prossimi 10 anni di infrastrutturazione del paese.

Si parla da tempo di Zes (zona economica speciale) in Polesine e a Venezia: sono uno strumento ora più utile e necessario vista l’emergenza?
Fondamentale perchè risolve i due elementi per poter anche rilanciare questo paese: sburocratizzazione (le Zes sono aree in cui la burocrazia di fatto è praticamente zero), e incentivi fiscali sugli investimenti effettuati.

Ed è fattibile, come propone parte della Lega, estendere la Zes a tutto il Veneto?
Avrebbero perfettamente ragione però non è fattibile purtroppo. Perchè bisognerebbe andare in Comunità Europea e modificare il trattato della 107 per gli aiuti di stato. L’area metropolitana di Venezia, e quindi anche il Polesine, ci sono dentro quel trattato. Perchè si concretizzi la Zes ci vorranno ancora 6/7mesi.

E’ concepibile per Venezia avere altre opportunità oltre il turismo?
Ce ne sono già. Il Pil di Venezia è di 40 miliardi di euro e il turismo vale 2 miliardi e mezzo. La cantieristica, per esempio, soltanto di navi fatturiamo un miliardo e mezzo all’anno; il settore agroalimentare, che vuol dire anche esportazioni; il distretto del vetro, le calzature, la moda. Siamo un’eccellenza dal punto di vista del reparto metalmeccanico automotive, con aziende che entrano direttamente nel processo delle grandi multinazionali estere con una parte tecnologica di altissimo valore aggiunto. E ancora l’aeronautica, il petrolchimico. A Venezia abbiamo la prima riconversione di una raffineria tradizionale in una bioraffineria, cioè prendiamo di fatto gli oli alimentari e li trasformiamo in gasolio. Ed è successo a Marghera perchè c’è dietro un distretto di impiantistica, parte meccanica, parte elettrostrumentale e componentistica di piccole e medie imprese che rappresentano il vero asse del territorio.

(ph Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo)