Calcio, la situazione è piuttosto Gravina

Il business prevale sulla salute e sul buon senso: lo schiaffo del presidente Figc al collega della terza serie Ghirelli. Ma anche la LegaPro è divisa

E meno male che la LegaPro, forte del 17% di quota in Consiglio Federale, si sentiva sicura della ratifica della sua decisione di non riprendere il campionato di Serie C. Ha invece dovuto incassare il no a brutto muso del presidente della FIGC Gabriele Gravina (ex n 1 proprio della LegaPro), che ha ribadito il principio che tutti i campionati (tranne quelli dei Dilettanti) si devono riprendere e completare. Uno schiaffone per il collega Francesco Ghirelli, presidente della lega che riunisce le 60 società della 3a serie, promotore della linea opposta votata dalla maggioranza dei club. Reazioni? All’italiana, come al solito: c’è chi è disponibile a riprendere, chi ha solo preso atto, chi è pronto addirittura alla rivolta.

Di fronte alla emergenza del Covid-19 il calcio italiano ha dimostrato ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, la sua precarietà e le sue divisioni. Certo, il problema è tutt’altro che semplice da risolvere e forse è impossibile risolverlo in maniera uniforme, ma è stato davvero avvilente vedere come gli schieramenti si creavano solo in funzione dei rispettivi interessi economici.

Quindi oggi fra le componenti del calcio nazionale è radicato un tutti-contro-tutti, che approfondisce la già esistente divisione interna in un mondo già fin troppo variegato e che dovrebbe trovare la sintesi nel Consiglio Federale, in cui però i pesi per così dire elettorali non rispecchiano quelli politici.

La Lega Dilettanti, per esemplificare, conta un 34% dei voti che politicamente vale ben poco rispetto al 12% della Lega di Serie A, vero dominus del football nazionale. Perché? Per un fattore puramente economico, visto che la A ha fatturato nella stagione 2018-2019 ben 2,7 miliardi di euro, ricavi superiori in misura nemmeno confrontabile con quelli delle altre Leghe. Da qui deriva il potere della Serie A non solo nei confronti di tutti gli altri player (fra cui ci sono anche giocatori, allenatori e arbitri) ma anche nei confronti dello Stato in ossequio al gettito fiscale che porta annualmente nelle casse pubbliche.

I rapporti di forza nel calcio sono in realtà rapporti di natura economica e questo spiega perché la Federazione ha dovuto privilegiare la linea della ripresa dell’attività agonistica, che è stata sempre quella della Serie A, obbligata a arrivare in fondo al campionato per non perdere la quota dei diritti televisivi. I concessionari (Sky e Dazn, solo per il mercato italiano) si sono infatti rifiutati di pagare le ultime rate dopo lo stop di fine febbraio e, se non si riparte, quei soldi non arriveranno mai e, così, alcune società della massima serie potrebbero finire in default. In caso di insolvenza, la Lega ha minacciato di notificare ai network i decreti ingiuntivi, ma è evidente che le tv si opporranno e non è detto che le loro eccezioni siano proprio infondate.

Figuriamoci quanto, in questo contesto, possano contare le ragioni della Serie B (che comunque ha una posizione molto vicina a quella della A) e, soprattutto quelle della LegaPro, che sta facendo la figura della Cenerentola in un mondo di orchi. La terza serie non ha tutti i torti però: è una categoria da sempre malata di ipertrofia con i suoi tre gironi e le 60 squadre iscritte, economicamente ingestibile per la impossibilità non solo di pareggiare i conti ma soprattutto di evitare le perdite (i costi sono molto più alti dei ricavi) e perfino sportivamente disomogenea visto che mette in competizione squadre con risorse della proprietà, numero di spettatori, stadi e giocatori assolutamente diversi.

Il presidente Ghirelli ha dovuto dire “obbedisco” davanti alle decisioni del Consiglio Federale ma non ha mancato di esprimere, diciamo così, il proprio forte malcontento. Il capo della LegaPro sa benissimo che almeno metà delle sue società fa già fatica a trovare i soldi per la normale attività e che quindi sarebbe insostenibile l’aggravio dei costi per soddisfare il protocollo sanitario richiesto dal Governo per ricominciare l’attività. Senza contare che ci sarebbe anche una diminuzione di ricavi, sia pur marginale per questa categoria, perché verrebbero a mancare i ricavi del botteghino dovendo giocare a porte chiuse.

Il calcio in questo frangente sta rispecchiando la mancanza di coesione e di unitarietà che il Paese ha dimostrato nella gestione della pandemia. Ha un bel dire Gravina “insieme ce la faremo”, una frase che suona anche un po’ ipocrita nella situazione attuale, ben sapendo che ognuno tira l’acqua al suo mulino. Del resto anche lui è in una situazione difficilissima, visto che il Governo ha confermato in capo alla Federazione la autonomia nelle decisioni in tema sportivo, riservandosi quelle in materia sanitaria (che saranno comunicate nella riunione del 28 maggio) e lasciandolo di fatto da solo ad affrontare una serie di rebus complicatissimi. Gravina è un buon mediatore e gli va dato atto di aver fatto accettare la linea del merito sportivo, che non può prescindere dal completamento dei campionati. Il problema è come, quando e con quali soldi, e su questo le risposte sono state solo parziali e non avrebbero potuto essere diverse.

Anche se è legittimo sperare di poter riprendere e concludere i campionati, è comunque affrettata e azzardata la accelerazione di questi ultimi giorni in presenza di una situazione sanitaria tutt’altro che risolta. Altre discipline molto popolari (pallacanestro e pallavolo, ad esempio) hanno invece scelto di fermarsi senza assegnare titoli, promozioni e retrocessioni. Una linea ben più realistica e consapevole, che però il calcio non può permettersi di condividere per il noto principio business is business. Alla faccia dello sport.

(ph: Imagoeconomica)