La Speranza non è dire “andrà tutto bene”

Pensare di “ripartire” perchè tutto torni come prima significa non aver capito niente della crisi da pandemia. Che è un crinale per scoprire, se si è cristiani, un certo Messaggio…

La ripartenza, ma che bella la ripartenza, evviva la ripartenza! D’accordo, ma quale «ripartenza»? A pochi giorni dalla sospirata riapertura delle attività a seguito del blocco disposto per arginare la pandemia, non c’è discorso politico, titolo di giornale né commento social dove di «ripartenza» non si parli. Il che è comprensibile, ma drammaticamente limitante nel momento in cui non ci si arriva neppure a chiedere di quale «ripartenza» abbisognino l’Italia, l’Europa e il mondo reduci dal coronavirus. Si tratta solo di un discorso economico e commerciale? A sentir come viene affrontato il tema, pare che le cose stiano esattamente in questi termini.

Eppure non serve esser geniali pensatori per osservare come il virus, per quanto letale, non abbia fatto che mettere in ginocchio un sistema – quello occidentale – che in terapia intensiva c’era già da tempo, per conto suo e per cause non epidemiologiche. Se ci pensiamo, infatti, ben prima del lockdown produttivo se n’era già posto in essere un altro e oltretutto ancora più devastante: quello religioso, che ha visto e vede in particolare un’Europa inaridita sotto il profilo sociale, demograficamente cimiteriale e spenta pure in ambito governativo, con la stessa Unione ridotta a decadente club affaristico.

La riprova che le cose stiano in questi termini la si ha appunto oggi, con l’intero dibattito sulla «ripartenza» arenato nell’ambito delle mere soluzioni economiche più o meno convincenti o più o meno adatte alla situazione. E questo, a ben vedere, è ancor più tragico dei già avvilenti indicatori della battuta d’arresto industriale o dell’aumento della disoccupazione, perché certifica come l’uomo contemporaneo, almeno nella sua variante europea, non abbia ancora messo a fuoco l’origine del suo disagio, ovvero quella religiosità evaporata – con riflessi esiziali – sotto i colpi dell’individualismo e della disperazione, la cui tangibilità è attestata da statistiche farmacologiche che piangono da sole.

Il rischio è quindi che la «ripartenza» resti una formula, se non vuota, colma solo in parte. Ma affinché così non sia si dovrebbe avere il coraggio di guardare fino in fondo al peso e alla bellezza di questa parola, evidenziando che la ripartenza – per farla breve – o sarà cristiana o, purtroppo, non sarà. O cioè sapremo rimboccarci le maniche dello spirito prima che quelle della camicia, decidendoci una buona volta a ricalibrare la nostra esistenza di persone prima che di cittadini o di consumatori, oppure anche l’esperienza pandemica non ci avrà insegnato nulla. E sì che, a distanza di alcuni mesi, la lezione dovrebbe essere chiara.

Quale lezione? Quella per cui ancora oggi, nel 2020, un esserino invisibile basta ed avanza per spiazzare la politica, paralizzare l’economia e mandare in tilt gli stessi scienziati sulle cose più elementari come l’utilità o meno di una mascherina protettiva. E questo sarebbe il mondo che dovremmo far «ripartire»? Ma per favore. Qui urge qualcosa di più semplice e di più profondo, di più intimo e di più radicale: la riscoperta della Speranza, quella cristiana appunto. La sola in grado di delineare una prospettiva di senso non solo rispetto al futuro, ma anche rispetto al presente.

Altrimenti ne dovremmo concludere che le sofferenze anche psicologiche patite del periodo un senso non l’hanno e tutto ciò che dobbiamo tornare a fare è lavorare, produrre e consumare: uno scenario da far quasi rimpiangere il lockdown, la «bodenza di fuogo», l’autocertificazione sul respiro e le altre chicche della premiata ditta Conte-Casalino; non è il caso, direi. Molto meglio, invece, tornare sì a lavorare ma riflettendo su ciò che siamo, e quindi non solo pezzi di carne ma impasti di corpo e spirito, con una vocazione all’eterno che solo il Cristianesimo, a modesto avviso di chi scrive, appaga pienamente proprio perché offre una prospettiva di senso pure al calice più imbevibile della vita: quello del dolore.

Una Speranza tale può essere, infatti, solo se rischiara ogni singolo giorno, senza distinguere tra belli e brutti, distanziandoci dalla prospettiva puerile dell’«andrà tutto bene» e ponendoci in quella, solida e cristica, del tutto volge al Bene. Ben altra musica, no? Proprio quella che occorre affinché «ripartenza» sia.

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