“Forever”, la follia della parola nella Tomassini

L’ultimo romanzo della scrittrice è un’opera innovativa pubblicata online e non ancora terminata. Una storia di personaggi senza speranza, ma sempre alla ricerca di una salvezza oltre il marcio

La prima volta che ho visto Veronica Tomassini, ho capito subito che lei non è come tutti quelli che si arrischiano a inseguire i loro sogni di gloria su una tastiera. Quella donna è veramente pazza. Infatti, parafrasando una nota canzone di Piero Ciampi, “ha tutte le carte in regola per essere un’artista.” Il suo disagio, in pubblico, è palese. Sta di fatto che, appena sbarcato all’aeroporto di Catania, ho subito chiesto di essere portato da lei, a qualcosa come duecento chilometri di distanza. Volevo guardare in faccia, con i miei occhi, quest’essere mitologico, della nuova Letteratura Italiana, che è entrata in non ricordo quale girone dello Strega – pur essendo lapalissiano che non l’avrebbero mai fatta vincere –; che tiene il passo con quel geniaccio di Davide Brullo e fa muovere nientemeno che Marco Travaglio per presentarle un romanzo.

La Tomassini, diversamente dagli altri scrittori che ho conosciuto, non usa le parole, ma vi è dentro, dissolta, come uno di quei frutti lasciati a macerare nell’alcol per fare i liquori. Lei vive di parole come la ragazza rapita dipende dalla morbosa generosità del suo aguzzino. E, vedendola, ho compreso immediatamente una cosa: “Questa donna non può vivere ed è proprio ciò che le rende necessario scrivere”. Avevo già letto il suo “Mazzarrona” – e, ovviamente, ne avevo scritto –, quando l’ho incontrata, ma è per un altro suo testo, per molti versi parallelo, che oggi mi sento di scomodare l’attenzione del lettore. Da qualche mese, rispolverando la tradizione del romanzo a puntate ottocentesco, l’autrice ha dato vita, sulla rivista “Satisfiction”, a un’esperienza interattiva e quasi in presa diretta di creazione letteraria. Un’opera che, di settimana in settimana, va prendendo forma in una navigazione a vista. Il suo titolo è “Forever” e la potete facilmente reperire online, del tutto gratuitamente.

«Il sole bianco era la patina sopra il nostro cielo, personale e disperato, di quella disperazione da liceali che pregusta soltanto sfolgoranti amenità e molto presto. Inciampavamo su scarpe da adulte, ed eravamo ragazze. Ragazze – io credo – oggi lo credo – sia necessariamente una condizione dello spirito […] Eravamo sempre sopravvissute a qualcosa, alla notte umida e pregna di gas di scarico, fumo acre da un chilom, la musica era sordida, da atmosfere clandestine e gotiche […] Allora ci limitavamo a essere ragazze. Gli amici erano gli spostati di una periferia. Bevevo un aperitivo amaro alcolico, il sole era la raggiera, il sole, l’amaro alcolico dell’aperitivo bruciava maledettamente. Che ore sono? Chiedevo all’altra, la faccia sconvolta di una come me. Che ore sono? Il sottile piacere era bruciare maledettamente».

Così inizia il romanzo che segna il ritorno in quelle zone periferiche di un’Italia di malessere e degrado, di cui la scrittrice sa bene per provenienza sociale e vocazione umana. La sua lezione è inequivocabile: parlare solo di ciò che si conosce, come ci hanno insegnato i migliori tra gli americani. E a questa poco compresa ma conclamata impostazione, la Tomassini aggiunge il suo tocco personale, irriducibile e ineguagliabile, un linguaggio apparentemente stridente con la materia trattata. Se a simili situazioni (la periferia, la droga, la giovinezza bastarda e feroce) si sarebbe portati ad associare una prosa dimessa, dal realismo spinto, al contrario, la scrittrice, prendendo vigorosamente il timone della narrazione, oppone una lingua alta, pura. Dante, arrivato in Purgatorio, cerca una nuova espressione, in sintonia con il regno appena guadagnato (“Ma qui la morta poesia resurga […] Per correr miglior acque alza le vele/ omai la navicella del mio ingegno,/ che lascia dietro a sé mar sì crudele”); la Tomassini prende quelle parole alate e le riporta all’inferno (“Eravamo libellule o luminarie o lucciole nel sentiero misterioso dentro cui affiorava meschina la notte, meschina e umida come i lampioni caduti sulla via o i fari smorzati di una automobile sbilenca. O eravamo insetti che sbattevano pervicaci nell’immensa erma vitrea chiamata prossimità. La prossimità al giogo, non a un mestiere ludico che si chiama giovinezza”).

Di “Forever” è impossibile dire di più, perché non ancora ultimato – probabilmente neppure nella testa della scrittrice, che è più donna da ispirazione che da programmazione –, se non che vale la pena attenderlo ogni settimana con l’ansia che precede un incontro speciale. Le ragazze dei quartieri bassi, immerse in giri storti di droga e alcol, attendono di rivelarsi nelle loro evoluzioni di personaggi senza speranza, ma sempre alla ricerca di una salvezza oltre il marcio. La voce della Tomassini – è sicuro – accoglierà il loro anelito e forse sarà il loro unico riscatto.