Giovani, il capro espiatorio perfetto di una classe politica indecente

A differenza che altre fasce della popolazione, la vita sociale dei ragazzi è all’aperto. Così le inefficienze della Fase 2 vengono scaricate su di loro

Entrati ormai da tre settimane nella famigerata Fase 2, possiamo affermare che quest’ultima è fallita ancora prima di iniziare. I presupposti della Fase 2 erano tre: ampia disponibilità e capillarità di materiale sanitario contro il Coronavirus, cittadini responsabili che applicano alla lettera i consigli del governo e dall’autorità medica, tracciabilità dei malati e dei loro contatti. Nessuno di questi punti è stato rispettato, tanto che gli epidemiologi da ormai tre settimane si lamentano quotidianamente dell’insensatezza di questa post quarantena.

La scarsità del materiale sanitario necessario a proteggerci dal Covid è sotto gli occhi di tutti: ad eccezione delle mascherine, i guanti, sanificatori e impianti di filtraggio dell’aria sono scarsamente diffusi, i guanti perché prodotti da ditte asiatiche con cui il governo non è riuscito a chiudere appalti convenienti, la sanificazione perché ancora troppo costosa per le piccole attività commerciali e le pmi (basti pensare all’obbligo – teorico – dei negozi d’abbigliamento di disinfettare i vestiti ogni volta che un cliente li prova), gli impianti di filtraggio aria non pervenuti, nonostante l’esecutivo li consigli caldamente e le ditte produttrici siano europee.

Sulla collaborazione e la scrupolosità dei cittadini nell’osservare il distanziamento sociale non servono grandi e sofisticate analisi: le riaperture di pressoché tutte le attività produttive e commerciali sono state interpretate come un ritorno alla vita pre Covid, solo l’uso della mascherina è osservato pressoché da tutti, per il resto ognuno è tornato a fare quel che faceva prima, soprattutto in privato (feste e raduni fra amici non sono prerogative dei soli giovani). In questo caso il governo ha lasciato correre, sia perché sarebbe impossibile controllare la vita di 60 milioni di italiani, sia perché se l’economia e i consumi devono ripartire socialità e convivialità devono essere permesse. Il tracciamento e il controllo tramite app sono stati oggetto di grandi e appassionati dibattiti durante la quarantena, dibattiti che ora sembrano stati fatti quasi sul nulla: l’app Immuni sarà testata solo in Puglia, Liguria e Abruzzo a partire da giugno e il download sarà consigliato ma non obbligatorio, fattore che ne riduce di molto l’utilità per il contenimento del virus.

A questo caos si aggiungono mutamenti economico-sociali il cui impatto è ancora tutto da valutare: il lavoro intellettuale (da quello creativo a quello burocratico, dall’ambito scuola-università a quello del marketing) viene svolto sempre più da casa, causando un crollo degli affitti degli uffici e delle attività ad essi collegate (bar, ristoranti, negozi con target ceto medio), mentre chi lavora nell’ambito della produzione di beni materiali e di servizi alla persona (dagli estetisti ai fisioterapisti per capirci) si trova costretto a recarsi ogni giorno fisicamente al lavoro, sottostando a regole bizantine sia durante il tragitto (vedasi distanziamento sociale nei bus e nei treni) sia all’interno della propria attività lavorativa, per poi uscire e scoprire che il paese reale pensa di aver sconfitto il virus indossando la mascherina. In questo quadro fra il paradossale e il surreale gli epidemiologi sono concordi nel sostenere che la curva contagi necessariamente risalirà, lentamente durante l’estate per poi esplodere con l’arrivo dell’autunno, trovando il paese impreparato…

Solo se teniamo conto di queste previsioni, capiamo perché esecutivo, presidenti di Regione, sindaci e media mainstream diano tanto addosso alla movida: la socialità giovanile è un perfetto capro espiatorio per nascondere una valanga di incertezze, bizantinismi burocratici, fallimenti e disorganizzazione tipiche di una classe dirigente impreparata ad elaborare e gestire un piano di riorganizzazione dell’intera vita sociale ed economica a medio termine (fino all’arrivo del vaccino). Una mancanza di progettualità che si concretizza in un misto di norme inutili dal punto di vista sanitario ma fondamentali per dare l’idea che si sta facendo qualcosa (la distanza di un metro nei locali pubblici, quando l’OMS ne impone 3), l’alternare rigidità e lassismo nella repressione delle infrazioni sul distanziamento sociale, per cui nella stessa giornata si multano due fidanzati che si abbracciano in pubblico ma non si controllano i luoghi di lavoro dove il distanziamento sociale è scarsamente applicato (pensiamo all’edilizia o all’agro-alimentare), e via elencando.

Un capro espiatorio perfetto perché conduce una vita sempre più isolata e diversa sia dai lavoratori intellettuali sia da quelli manuali: mentre i primi sono sempre più reclusi in casa davanti ad un pc e si esaltano con i prodotti artistici in streaming ed il delivery, i secondi vedono il loro tempo libero ridursi costantemente a causa dei mezzi pubblici che viaggiano a metà capienza, delle attività commerciali con ingresso contingentato, dei mille contrattempi dovuti alla lotta al Covid. I giovani al contrario escono, si ritrovano nei parchi e nelle piazze, sostano davanti ai locali, entrano nei negozi in gruppi di amici: per loro il consumo senza socialità o peggio, la scuola (il loro lavoro) senza amici, sono qualcosa di inconcepibile… e lo è anche per noi, nonostante l’idea non piaccia all’esecutivo e ai media che ne amplificano acriticamente la propaganda.

(ph: imagoeconomica)