«Zaia, la salute viene prima di tutto: ferma l’inceneritore di Fusina»

Donadel, attivista dei comitati contrari: «Il Veneto è a un passo dalla chiusura virtuosa del ciclo dei rifiuti, perchè rischiare con un progetto calato dall’alto e basato su promesse?»

La monomania da Covid 19, per carità giustificabilissima, rischia di oscurare problemi la cui gravità non è un optional, per chi vi è coinvolto. L’idea di trasformare in inceneritore l’impianto di trattamento rifiuti di Veritas a Fusina, località non distante da Venezia, è uno di questi. Lì vicino ne sorgeva uno di termodistruzione attivo fino al 2014, e oggi va ancora la centrale a carbone dell’Enel che l’Ue ha chiesto di chiudere entro qualche anno. Per non parlare dell’inquinantissimo Sin di Porto Marghera, in una zona in cui i pediatri denunciano la presenza di diossina nel latte materno.

Un anno la multiutility veneziana Veritas comincia l’iter dopo aver creato una società apposita, la Ecoprogetto Srl, che vede come socio privato la Finam di Angelo Mandato (presente nell’azionariato di Sesa Spa, utility di Este nel Padovano, coinvolta in una inchiesta del giornale online Fanpage dell’anno scorso sul versamento di metalli pesanti nel compost). Il percorso, lamentano la ventina di associazioni e comitati che si battono contro il piano, non è stato condiviso a sufficienza con la popolazione da parte dei Comuni, in gran parte schierati a favore. Quest’anno, un primo sì è arrivato dalla commissione regionale di valutazione ambientale proprio nel pieno dell’emergenza Coronavirus. L’impianto prevede infatti una potenza termica totale di 67,9 megawatt, ma Veritas ne ha scorporati 20 della terza linea a tutt’oggi non autorizzata (e da usare solo in caso di guasti di una delle altre due, sostiene) così da andare al di sotto della soglia di 50 ed evitare la valutazione d’impatto di livello nazionale. Per farle entrare in funzione tutte bisognerebbe far arrivare materiali da fuori regione, ma il direttore generale Andrea Razzini e il presidente Vladimiro Agostini hanno più volte giurato che non lo faranno mai.

Promesse a cui non crede molto Mattia Donadel, l’attivista del comitato Opzione Zero che qualche mese fa si è visto mettere le manette ai polsi in un consiglio comunale a Mira di febbraio particolarmente incandescente. Con lui l’associazionismo locale e un fronte politico che va dal presidente della municipalità di Marghera, Gianfranco Bettin, ai deputati e consiglieri regionali del M5S (onorevole Orietta Vanin in testa), la sinistra di Leu-Articolo 1 e i pediatri. In questi giorni è partito un mail bombing nella casella di posta del presidente leghista della Regione, Luca Zaia, con una richiesta molto semplice: «Indurlo a esporsi sulla questione per fargli assumere le sue responsabilità – spiega Donadel – in modo che interrompa l’iter e apra una discussione che non c’è mai stata». Favorevoli al progetto sono tutte le forze politiche tranne grillini e sinistra: «Il Pd ha bocciato un documento proposto dal M5S, votando assieme alla Lega in consiglio regionale. Non è un mistero che Veritas sia politicamente un feudo Pd».

La trasversalità può spiegare il silenzio calato sulla vicenda, rotto soltanto da qualche giornale e dal movimentismo dei contrari: «Nonostante la quarantena – rivendica Donadel – siamo riusciti ad andare sulla stampa, abbiamo fatto una petizione online, inviato comunicati, e il 5 giugno nella piazza del Municipio di Marghera si terrà un’assemblea pubblica. Abbiamo ottenuto quanto meno di rallentare, quel che chiediamo a Zaia è che si faccia carico della preoccupazione anzitutto per la salute. Dopo il parere della Via, ora toccherà alla compatibilità integrata ambientale. Ma noi andremo fino in fondo, ricorrendo al Tar se necessario». La salute, tema di primissimo piano in questo periodo, secondo Donadel e il fronte del no è seriamente minacciata: «E’ vero che esistono filtri più moderni, come dice Veritas, ma le ricadute delle emissioni gassose restano un’incognita. La massima potenzialità è di 280 mila tonnellate da bruciare, mentre il territorio ne produce meno. Potrebbe darsi che la compatibilità integrata ponga limitazioni, ma è come avere una Ferrari e promettere di non guidarla mai alla massima velocità. Non penso che il privato partecipi all’impresa per fare beneficenza».

Donadel ci tiene a sottolineare che la battaglia non è solo per fermare un’ipotesi locale, ma per contrastare il modello di incenerimento in sè: «Questi veri e propri reattori chimici emettono diossine e polveri sottili i cui effetti sono poco noti perchè indagini e risultanze non vengono pubblicate. Qui in Veneto siamo al 68% di recupero, praticamente a un passo dal chiudere il ciclo di rifiuti, bisognerebbe agire sull’educazione e sulla prevenzione». In effetti, specie in alcune zone (fra l’altro amministrate dalla Lega, come nel Trevigiano), non sono pochi i Comuni “ricicloni” fiore all’occhiello in tutta Italia. I comitati puntano all’aumento della differenziata dal 60 all’80% e a ridurre la produzione di partenza del 15%. «Secondo i nostri calcoli, senza inceneritore (che comunque produce scarti) potremmo dimezzare l’uso della discarica per i materiali inerti». L’appello finale è a Zaia: «Sembra che la lezione dei Pfas non sia stata recepita, eppure è previsto anche il trattamento di fanghi, e il presidente della commissione Via è anche commissario Pfas. A Zaia diciamo: fermiamo un progetto calato dall’alto e ridiscutiamolo, perchè la salute viene prima di tutto».