L’Arena di Verona ha il virus. E non è il Covid 19

Il malcontento dentro e fuori la Fondazione è generale. Ma dare la colpa all’emergenza Coronavirus è un alibi troppo comodo per salvare Sboarina

Non tutti i mali vengono per nuocere, si diceva una volta, e su questo punto, nemmeno il Coronavirus si è smentito. Per la stragrande maggioranza infatti è stato una fonte di disgrazie, di lutti, di danni economici e di disagi pesanti, ma per alcuni è stato una benedizione. Certamente per Jeff Bezos, proprietario di Amazon che con la scusa del lockdown, ha visto moltiplicare esponenzialmente i suoi profitti basati sull’e-commerce. Di sicuro per alcuni «scienziati» virologi, che – chissà per quale motivo – contesi dai mass-media a suon di ricchi gettoni, hanno visto aumentare la propria celebrità e il proprio conto in banca. Ma probabilmente anche per molti politici, che non si sono fatti pregare, e hanno usato la pandemia come «causa di tutti i mali» e giustificazione per qualsiasi cosa non funzionasse. Il virus come ragione prêt-à-porter dell’inazione, dell’irresponsabilità del passato. È questo sicuramente il caso, tra gli altri, del sindaco di Verona Federico Sboarina e dei corresponsabili della gestione della Fondazione Arena di Verona, che ora naviga in un mare di guai, la cui colpa, ovviamente, sarebbe da ricondurre solamente agli effetti della pandemia.

Infatti, proprio in questi giorni il sindaco di Verona è impegnato in un vero e proprio road show per dimostrare che il futuro della gloriosa Fondazione Lirico-Sinfonica Arena di Verona dipenderebbe esclusivamente dall’autorizzazione ministeriale a svolgere attività quest’estate, autorizzando l’ingresso di 3000 persone anziché le non più di 1000 come sarebbe concesso a tutti gli altri teatri lirici. Affiancato dalla Sovrintendente, si è fatto riprendere in pose da gladiatore, piedi puntati al centro dell’Arena, impegnato e determinato a sconfiggere la cecità della burocrazia e dei ministeri, insensibili anche questa volta a comprendere la singolarità dei bisogni dei veronesi.

A prescindere dal fatto che a tutt’oggi pare che FAV (Fondazione Arena di Verona) non abbia ancora presentato al Ministero competente tutti i dettagli del declamato progetto di attività da tenersi nel mese di agosto con una capienza di 3 mila spettatori (contro i 12 mila che costituiscono il tutto esaurito), evidentemente tutto questo attivismo è finalizzato ad alzare una bella cortina fumogena sulla reale situazione della Fondazione, ad attribuire alle conseguenze del Coronavirus e magari della «miopia» ministeriale il possibile imminente default di Fondazione Arena.

Un po’ di riassunto delle puntate precedenti non sarà del tutto inutile. Allorché nel 2017 Federico Sboarina si presentò alle elezioni poi vinte, aveva gridato ai quattro venti una lista infinita di promesse, in cui la più massiccia riguardava proprio la Fondazione Arena, indebitata e portata a un passo dalla scomparsa dall’ex sindaco Flavio Tosi, una volta «principale» dell’avv. Sboarina ora divenuto avversario. E proprio in virtù di queste fantastiche promesse di rilancio – e grazie anche al baratro in cui l’Arena di Verona era sprofondata, sommersa dai debiti, con una programmazione artistica risibile, incassi in calo e il corpo di ballo appena liquidato – l’aspirante sindaco ebbe gioco facile a ottenere su tale tema il consenso dei veronesi e quel che più addolora, l’appoggio perfino della stragrande maggioranza dei dipendenti di FAV, non certo assimilabili all’elettorato di centrodestra di Sboarina, ma illusi che almeno qualcosa di meglio sarebbe stato fatto.

Al contrario vinte le elezioni (2017), dopo l’intervallo evidentemente «conservativo» del Commissario ministeriale (gennaio 2018), poco o nulla delle promesse da poco distribuite si tradusse in pratica e la situazione di FAV rimase sostanzialmente immutata, cioè molto difficile. Il balletto non fu ripristinato e i lavoratori scontarono fino all’ultimo secondo quelle riduzioni di stipendio che sole avevano consentito la sopravvivenza della Fondazione. Poi, dopo aver tentato il colpo di mano della nomina di un sovrintendente privo dei requisititi minimi (peraltro poi dirottato alla posizione inedita di Direttore Generale) e aver quindi dovuto nominare obtorto collo la soprano Cecilia Gasdia Sovrintendente nonché Direttore Artistico, temendo e probabilmente patendo il gap professionale tra quest’ultima e il resto dei vertici – contro ogni norma e buon senso – obbligò finalmente la signora Gasdia a rinunciare a tutta una serie di poteri statutariamente a lei riservati, con l’inevitabile conseguenza di aver di fatto esautorato il responsabile della Fondazione, al fine di poter prendere in tutta comodità «decisioni» politiche.

Così il balletto non fu affatto reintegrato, nulla degli investimenti promessi si materializzò. Il Comune restò tra i minori contributori al bilancio della Fondazione, né si peritò in alcun modo di sanare seriamente l’indebitamento, ad esempio ripatrimonializzando la Fondazione come avrebbe potuto, o trovando sponsor degni di quel nome. Anzi tutto ciò che fu fatto fino alla conclusione dell’ultima stagione fu avviare una ripresa artistica basata esclusivamente su alcuni grandi nomi isolati (Netrebko), senza un rilancio artistico globale, trascurando la programmazione delle fondamentali attività invernali, bloccando lo sviluppo del marketing e delle relazioni esterne, circoscrivendo il ruolo della direzione artistica ai buoni rapporti personali della Gasdia. E nel frattempo, lasciando spazio a una politica a dir poco scarsamente riconoscente verso i lavoratori, al punto che oggi, in assenza di programmi artistici futuri di qualsiasi natura, il malcontento è generale, FAV è l’unica fondazione italiana a tenere tutti i suoi dipendenti in cassa integrazione, e per la settimana prossima sono annunciati scioperi.

Con questi precedenti è naturale che la situazione economica pre-Coronavirus fosse di suo già molto difficile. Il peso dei debiti è ancora forte e il livello minimo di sopravvivenza potrebbe essere raggiunto solo in presenza di forti incassi estivi crescenti. La perdita delle entrate di una stagione intera suona quindi a ragione come possibile campana a morto per la Fondazione, e qualche spettacolo con mille o tremila persone non cambierà molto la situazione. Fondazione boccheggia non per la pandemia, per le difficoltà presenti, bensì per il peso della cattiva gestione che finora l’ha caratterizzata e che in quasi tre anni non ha fatto che poco, troppo poco per risollevare Fondazione dai suoi vecchi problemi e metterla al sicuro in presenza di imprevedibili circostanze sfavorevoli.

(ph: Imagoeconomica)