Scuole e università sono fabbriche fordiste. E il problema sarebbe internet?

I brontosauri se la prendono con l’istruzione da remoto perché manca la socializzazione. In realtà è da rivedere a prescindere dall’emergenza coronavirus

I vecchi specialisti del luogo comune e del conformismo hanno sostenuto che nella “scuola” (università inclusa) la socializzazione sia una componente fondamentale del processo formativo. Su questo presupposto, i più terrorizzati di loro hanno persino raccolto firme e lanciato appelli contro i mulini a vento della didattica online. Secondo loro, lo studio e le lezioni online non sarebbero un adeguato sostituto del sistema tradizionale della formazione. Sante parole, ma chi ne ha mai dubitato? L’insegnamento da remoto, nei mesi scorsi, non è stato imposto da una legge, ma dalla necessità. Dell’alterazione della stanca routine, molti ne avrebbero fatto volentieri a meno. Non si può nemmeno accusare la scelta deliberata di un ministro scellerato e incompetente (come sono considerati regolarmente i ministri della Pubblica Istruzione appena spostano una virgola). In questa situazione, menti agili avrebbero pensato di fare di necessità virtù trasformando il malefico coronavirus in un utile consulente. Le pigre menti invece vedono solo il male insito nell’istruzione da remoto. Va oltre la loro immaginazione cogliere l’occasione per affrontare proprio la questione della socializzazione che costituisce in effetti una delle funzioni principali della formazione dei giovani e oggi avviene malamente nelle scuole e nell’università.

Perché non domandarci, invece, quale socializzazione produce la scuola di oggi? È una “buona” socializzazione o sarebbe opportuno rivederla? L’istruzione primaria e secondaria è organizzata allo stesso modo quasi senza tenere conto dell’età degli allievi che vanno dai 6 (in particolare dagli 11) ai 19 anni. E nemmeno del genere, considerato che tra gli undici e i diciannove anni la maturazione di maschi e femmine avviene in tempi diversi. La scuola di massa come la conosciamo fu pensata un secolo e mezzo fa e aveva come principale obiettivo l’alfabetizzazione e la socializzazione in una società tradizionale e prevalentemente rurale. In seguito, s’è riprodotto lo stesso modello organizzativo estendendolo prima alle scuole medie (1963) poi alle superiori (1969 con la liberalizzazione dell’iscrizione a qualsiasi facoltà indipendentemente da quale istituto si provenisse). Tutte le scuole sono praticamente organizzate allo stesso modo, cioè come una fabbrica fordista degli anni Venti. L’architettura scolastica dal dopoguerra a oggi, nel migliore dei casi si ispira a tali fabbriche, nel peggiore evoca istituti penitenziari; nella media ricorda le caserme. La socializzazione e i rapporti tra studenti e docenti sono malati, ma indiscussi.

La struttura uniforme implica che una liceale di 19 anni, a scuola è obbligata a comportamenti, regole, orari, metodi di studio sostanzialmente uguali a quelli di un bambino di 11. Tutti gli insegnanti entrano ed escono come in una catena di montaggio a intervalli di un’ora da classi in cui sono raggruppati forzatamente sempre gli stessi allievi che non possono scegliere nulla: né i professori, né i compagni, meno che meno le materie, gli orari e talora nemmeno il posto in cui sedersi. E nella scuola non dispongono nemmeno di un cassetto proprio, cioè di uno spazio privato restando esposti pubblicamente tutto il tempo in cui frequentano l’istituto. Bella socializzazione! Di questo i brontoloni professionisti non ne parlano perché il problema della scuola è (il temporaneo) insegnamento da remoto!

La didattica universitaria non sta meglio. I giovani adolescenti che accedono all’università (di massa) non hanno imparato a scegliere nulla di quel che riguarda la propria formazione. Negli atenei inoltre, gran parte degli studenti sono pendolari e perciò è quasi scomparsa la vita studentesca residenziale di un tempo. Con essa anche il rapporto continuativo con i docenti i quali in gran parte sono altrettanto pendolari, pronti a prendere il treno appena finiti i pochi impegni presso l’ateneo. Quindi, per quale motivo parliamo di internet quando tutta la socializzazione è un disastro? Si parla di stanziare fondi pubblici per le residenze studentesche: ottimo! Sarebbe un cambio di rotta… ma subito viene vanificato da altri finanziamenti a favore del pendolarismo confermando la mancanza di idee nel perseguire una vera politica della socializzazione degli studenti che studiano presso gli istituti e finalmente si staccano dal focolare natio, da mamma e papà. Ma i brontosauri se la prendono con l’istruzione da remoto che ha tutte le potenzialità per favorire una nuova e diversa socializzazione e aprire a nuove opportunità di conoscenza se integrata con altre scelte. E se anche si dovesse cadere nel paradosso (assurdo) della cancellazione completa della scuola materiale, stiamo pur certi che altri modelli di socializzazione emergeranno da parte di “resilienti” intelligenti e pronti ad adattarsi.

(ph. Screenshot dal film The Wall)