«’Ndrangheta ha messo radici a Verona, l’indignazione di Sboarina non basta»

Il gruppo consiliare comunale Pd: «Un sindaco deve assumersi la responsabilità politica di ciò che non funziona nella sfera d’influenza della propria amministrazione»

«Il sindaco Sboarina si dice disgustato da qualunque cosa abbia a che fare con la mafia. Siamo con lui. Fatto sta, però, che i mafiosi risultano essersi infilati come il coltello nel burro fin nei gangli vitali di una grande azienda pubblica, Amia, dando del tu sia ad un presidente di partecipata che ad un direttore generale e organizzando, sempre stando alle risultanze delle indagini, affari sporchi, pianificando assunzioni di comodo e altri affari sempre più sporchi e redditizi». Inizia così la nota inviata dal gruppo consiliare comunale Pd Federico Benini, Elisa la Paglia, Stefano Vallani sull’inchiesta che ha portato alla luce una strutturata e autonoma ”locale” di ‘ndrangheta a Verona.

«Di fronte a tutto questo, e nel momento in cui la Dda chiarisce che a Verona i mafiosi non sono semplicemente infiltrati, ma hanno una o propria organizzazione stabile, l’indignazione del sindaco non è sufficiente. La responsabilità penale è individuale ma un sindaco deve assumersi la responsabilità politica di ciò che non funziona nella sfera d’influenza della propria amministrazione. E benché Amia sia una sotto-controllata, essa vi rientra a pieno titolo. Abbandonato Tosi, Miglioranzi era stato premiato da questa amministrazione con un “posticino” in Esacom dopo aver mantenuto a lungo la presidenza Amia ben oltre le elezioni, mentre Cozzolotto è diventato direttore generale proprio con loro. Queste scelte, mai motivate, ora vanno spiegate», continua la nota.

«Bastava una semplice ricerca su Internet per capire che questo Nicola Toffanin, detto l’avvocato, di fatto un “facilitatore di affari” per conto della famiglia Giardino, non era uno stinco di santo, e che risultava coinvolto in inchieste di ‘ndrangheta fin dal 2009. Bisogna allora fare in modo che qualunque dirigente comunale sia tenuto a fare tali verifiche, ed è compito del Sindaco imporle».

«C’è poi tutta una serie di aspetti grotteschi che emergono dagli atti che riteniamo doveroso approfondire con una apposita interrogazione. Parliamo della vicenda della presunta bonifica degli uffici comunali da eventuali microspie di cui si parla senza peraltro configurare alcuna ipotesi di reato. Ma ci rendiamo conto che, se quanto riportato risulta vero, Toffanin, indicato come il braccio destro del boss, ha sovrinteso alla “bonifica” degli uffici del Comune di Verona? Pretendiamo riscontri immediati: perché l’amministrazione avrebbe dovuto sentire il bisogno di effettuare tale operazione? E perché non passare da canali ufficiali delle forze dell’ordine ma rivolgersi al mercato privato? Toffanin è stato chiamato dal Comune o è stato mandato dall’agenzia di investigazioni? E chi avrebbe pagato il conto di tale servizio? Amia, come si dice, o chi altro? Sarebbe stato bello sentire rassicurazioni già nel Consiglio comunale di ieri, dove il Sindaco, però, non si è neanche visto», conclude il gruppo consiliare dem.