Prima Eraclea, ora Verona: la mafia peggiore non spara, è una mentalità

Nessuno può più dire che il Veneto sia immune o innocente: le cosche sono locali, e i loro tentacoli raggiungono la politica. Le difese d’ufficio sono ipocrisia pura

Siamo al solito copione. Arresti, indagati, accuse, ovvie difese («non so nulla, sono innocente») e l’immancabile batteria di frasi fatte di politici e giornalisti reattivi come statue di cera («la nostra città è pulita», «vinceremo la battaglia contro la criminalità»). Ma l’operazione messa a segno ieri dalla Procura di Venezia contro la ‘ndrangheta a Verona non è esattamente come le altre. Per due ragioni, intrecciate l’una all’altra: primo, perchè avviene dopo la maxi-inchiesta dell’anno scorso sui Casalesi a Eraclea, nel Veneziano, che aveva già da sola tolto ogni residuo dubbio sulla mafiosità endemica fra i veneti, con veneti – ripetiamo: veneti – che fanno affari e sono complici di mafiosi provenienti da altre regioni; secondo, perchè per la seconda volta dopo Eraclea, a essere coinvolta è la politica. L’ennesima dimostrazione, come ha sottolineato il capo della procura, Bruno Cherchi, che le mafie non sono “infiltrate”, ma strutturalmente presenti in un territorio che aveva perso l’innocenza già da un pezzo.

23 persone arrestate, di cui 6 ai domiciliari (fra cui il camerata Andrea Miglioranzi, ex presidente della società comunale di rifiuti Amia, indagato con l’attuale direttore, Ennio Cozzolotto), sequestri di beni per 15 milioni e un’ipotesi di peculato per l’ex sindaco, Flavio Tosi. La vicenda che riguarderebbe quest’ultimo è la seguente: Tosi avrebbe chiesto a Miglioranzi di saldare 5 mila euro che corrispondevano al pagamento di un’agenzia investigativa incaricata di risalire ai mandanti delle foto, fatte circolare nell’ultima campagna elettorale, che ritraevano lui e la compagna candidata sindaco, Patrizia Bisinella con l’ex vicesindaco Vito Giacino. A occuparsi dell’incarico e poi, secondo le intercettazioni, a farsi consegnare i soldi da Miglioranzi, sarebbe stato Nicola Toffanin, accusato di essere un faccendiere legato alla cosca dei Giardino. Secondo gli stessi inquirenti, siamo ancora in una fase indiziaria che solo il proseguo dell’indagine potrà corroborare di elementi più robusti (trovare traccia del denaro nei conti di Amia, per esempio).

Tosi si dice totalmente estraneo, e qui si apre la prima questione: le parole di Toffanin registrate al telefono sono millanterie? Perchè se non lo fossero, allora il legame con Miglioranzi aprirebbe sì, come scrive il gip, uno «squarcio sinistro» sulla porosità della pubblica amministrazione, la facilità con cui personaggi inquietanti e oscuri entrano in contatto con chi gestisce i quattrini dei cittadini. La somma, in sè, appare ridicola. Ma sono le relazioni, a costituire il pericolo di “zona grigia” in cui il crimine può nuotare e prosperare.

L’altra questione è una presenza per assenza: quella della Procura di Verona, guidata da Angela Barbaglio. “Isola Scaligera”, il nome dato all’inchiesta dai magistrati veneziani, enuncia fin dal frontespizio la veronesità di un’organizzazione attiva da vent’anni con a capo i Giardino, affiliata sì agli Arena-Nicoscia, ma tutta locale. Ora, vero è che i prefetti in riva all’Adige, specialmente l’ex prefetto Mulas, hanno macinato e macinano senza risparmiarsi interdittive ad aziende in odore di mafia, soprattutto nel settore edilizio. Ma risulta un po’ curioso che debbano partire gli ordini di arresto dala laguna anzichè dal luogo dei misfatti. Che dire? Complimenti a Cherchi.

Il sindaco Federico Sboarina si è maldestramente prodotto in una difesa d’ufficio di Verona («nessuno la associ con la mafia») che non solo lascia il tempo che trova, ma ancora una volta scansa il dovere di autoresponsabilità della politica: qui il punto non è il buon nome della città, ma ammettere onestamente che il problema c’è. E affrontarne le conseguenze. Non per sostituirsi ai giudici: la mafia non è un fenomeno solo criminoso, non spara quasi più (al più dà fuoco alle imprese che non si piegano), la mafia è anche e prima di tutto una mentalità. La forma mentis del mafioso si può rintracciare ovunque girino soldi e potere. Ovvero dove agisce il pubblico, dove si situa lo spazio della cosa pubblica. Interpretata troppo spesso, invece, come cosa propria, cosa nostra. Su questo, un sindaco forte dovrebbe pronunciare parole forti. Ma quando un sindaco è debole, non può che sillabare parole deboli.

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