Medicina: da fibrillazione atriale a scompenso, aggiornate Carte rischio cuore

Milano, 19 giu. (Adnkronos Salute) – Sono ‘mappe’ che segnalano le insidie del cuore. E come succede alle vere e proprie mappe geografiche, le Carte del rischio cardiovascolare risalenti ai primi anni Duemila mostrano i segni del tempo che passa. Provare ad aggiornarle è l’impresa che è stata affrontata a distanza di 20 anni dalla nascita del Progetto cuore dell’Istituto superiore di sanità: applicando un algoritmo di predizione al database della medicina generale Health Search, gli esperti hanno ridisegnato la ‘geografia’ del rischio cardiovascolare su una popolazione più attuale rispetto a quella delle vecchie carte, determinando il peso dei diversi fattori e concentrandosi non solo sul rischio di eventi ischemici, ma anche di fibrillazione atriale e scompenso cardiaco.
Il risultato è stato presentato e discusso oggi durante un incontro organizzato dalla Simg (Società italiana di medicina generale e delle cure primarie) e reso possibile con il contributo non condizionato di Bayer. Qualche dato: l’algoritmo ha permesso per esempio di dimostrare come gli uomini abbiano un 50% del rischio in più, come l’età determini un aumento del 7% per ogni anno in cui si discosta dal valore medio della coorte, il fumo del 40% in più, la pressione sistolica dell’1% per ogni punto di aumento. Per avere una foto aggiornata serviva “una coorte di popolazione aggiornata”, spiega Damiano Parretti, responsabile nazionale Area cronicità e progetti di area cardiovascolare Simg.
La Carta del rischio cardiovascolare serve a stimare la probabilità di andare incontro a un primo evento cardiovascolare maggiore (infarto del miocardio o ictus) nei 10 anni successivi, conoscendo il valore di sei fattori di rischio: sesso, diabete, abitudine al fumo, età, pressione arteriosa sistolica e colesterolemia. Ma “le Carte del rischio del Progetto cuore si riferiscono a una popolazione che non è più quella di oggi – sottolinea Parretti – In pratica, rappresenta la popolazione dei genitori di quella di oggi e quindi ci si può domandare quanto fattori di rischio pesati su quella popolazione pesino su quella attuale”.
Per capirlo è stata presa in considerazione una coorte molto vasta, comprendente 1 milione e 50mila persone selezionate dalla popolazione presente nella banca dati Simg Health Search. “La popolazione del 2020, non quella della fine degli anni ’90”. “Fra il 1 gennaio 2008 e il 31 dicembre 2012 abbiamo identificato tutti i pazienti privi di eventi cardiovascolari di età compresa fra i 35 e i 69 anni, li abbiamo suddivisi casualmente in un sottogruppo di sviluppo e in un sottogruppo di variazione e li abbiamo seguiti per il follow-up disponibile fino al 31 dicembre 2018 – spiega Francesco Lapi, direttore ricerca Health Search – Una volta eliminati quelli con dati mancanti, la coorte è risultata di 50.410 pazienti”.
In questa popolazione i ricercatori sono andati a verificare in primo luogo la comparsa di eventi cardiovascolari: “Come atteso – aggiunge il responsabile della ricerca – l’evento registrato con maggior prevalenza è stata la fibrillazione atriale, seguita degli eventi ischemici cerebro e cardiovascolari e infine dello scompenso cardiaco”. I fattori di rischio utilizzati anche nel progetto cuore hanno confermato la loro validità.
Fra i dati emersi, il significativo peso rispettivo di diabete e assunzione di antipertensivi: 44 e 41%. Ancora: il colesterolo totale non ha raggiunto la significatività statistica, mentre ogni aumento di un’unità del colesterolo ‘buono’ Hdl protegge dagli eventi cardiovascolari maggiori dell’1%.
Delle altre variabili in studio (glicemia, consumo di alcol, durata del diabete, ipertrigliceridemia, familiarità per malattie cardiovascolari, familiarità per ipertensione e per diabete, Bmi, iperuricemia, depressione, ansia, uso di farmaci ipoglicemizzanti e di antipsicotici), solo la glicemia e la familiarità per malattie cardiovascolari hanno presentato un’associazione statisticamente significativa, con un peso rispettivamente del 34 e del 10%. L’inclusione di tutte queste variabili, sia le significative, sia le non significative, consentiva però di migliorare la calibrazione del modello, evidenziano i ricercatori.
Sin dall’inizio, commenta Luigi Palmieri dell’Istituto superiore di sanità (Iss) partecipando alla discussione sul lavoro realizzato, “le Carte del rischio non hanno mai voluto dare un’informazione definitiva o univoca al rischio dell’individuo rispetto alla malattia cardiovascolare, ma possono essere usate come strumento di ausilio ai medici per valutare complessivamente e in interazione fra vari fattori una condizione. E’ una prima valutazione del fatto che una persona con certi fattori di rischio si trova insieme ad altri che hanno sviluppato una certa percentuale di eventi cardiovascolari. E’ uno strumento in più”.
Affrontare un lavoro di ‘aggiornamento’ di queste mappe è “un primo passo su una strada molto utile”, ragiona Simona Giampaoli, medico esperto in epidemiologia e prevenzione evidenziando l’opportunità di lavorare per poter fare predizioni per fasce d’età più piccole e di riservare un approfondimento ‘personalizzato’ anche sul rischio delle donne. “Non dimentichiamo – conclude – che questo strumento serve per comunicare alla persona e far capire meglio la prevenzione”.

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