Bucci: “Reinfezione non è alibi per no-vax”

Roma, 26 ago. (Adnkronos Salute) – “L’idea che ci si possa reinfettare con Sars-CoV-2, che ha trovato conferma per ora in alcuni casi sporadici, comincia a fare molta paura e come al solito è usata dagli immancabili antivaccinisti per dire che la vaccinazione non serve. Per evitare eccessivo allarmismo, credo sia quindi necessario rimettere queste notizie nella giusta prospettiva”. Lo scrive su Facebook il biologo Enrico Bucci, docente alla Temple University di Filadelfia (Usa), che in un articolo su ‘Il Foglio’ ritorna sul primo caso di reinfezione dopo la guarigione da Covid-19, confermato da un gruppo di ricercatori di Hong Kong. Gli scienziati hanno trovato a diversi mesi di distanza dalla prima infezione un diverso ceppo del virus che ha infettato lo stesso paziente.
“Pare che la reinfezione sia avvenuta in soggetti che avevano presumibilmente manifestato inizialmente una forma molto lieve o asintomatica della malattia – spiega Bucci – E forse per questo non avevano sviluppato una forte risposta anticorpale. La cosa più importante, però, è che la reinfezione non ha provocato conseguenze cliniche”, precisa lo scienziato. “La preoccupazione maggiore che mi sembra di cogliere fra le persone, sia specialisti che no, tuttavia – osserva – riguarda il fatto che, a questo punto, anche un vaccino potrebbe rivelarsi una protezione solo temporanea, e potrebbe accadere che chi si reinfetta, pur se asintomatico, trasmetta comunque ad altri il virus. Si tratta di una possibilità reale, anche se non sappiamo con quale frequenza ci possiamo attendere casi del genere, perché ancora troppo poco tempo è passato dalla prima ondata di infezioni nel mondo. Tuttavia, io vorrei fare un paragone con quello che accade con altri virus respiratori, che circolano da molto tempo a livello pandemico (o endemico, qui non mi interessa molto la distinzione)”.
“Ebbene, forse non tutti sanno che, per la maggioranza della popolazione, si osserva l’infezione da parte di virus respiratori senza che questo provochi sintomi – ricorda Bucci – Per la precisione, in un lavoro del 2019 si è esaminata nell’arco di 2 anni la prevalenza di virus respiratori nei tamponi di 214 abitanti di New York, controllando per influenzavirus, virus respiratorio sinciziale, parainfluenzavirus, metapneumovirus, rinovirus, adenovirus e coronavirus umani più comuni. Ebbene, a seconda del virus, dal 30 al 70% (per la maggior parte dei virus) dei soggetti positivi è risultato asintomatico, e se si considerano insieme tutti i virus, solo il 30% degli episodi di infezione ha portato a sintomi rilevabili dal soggetto infetto. Il tutto indipendentemente dalla definizione di ‘asintomatico’ utilizzata”.
“Se la reinfezione dovesse confermarsi anche per Sars-CoV-2 sostanzialmente asintomatica – conclude il biologo – tutto sta nell’insegnare al sistema immunitario a riconoscere il virus, senza doversi infettare naturalmente e correre i rischi conseguenti alla prima infezione. Per questo un vaccino, ove mai dovesse essere insufficiente a proteggere da reinfezioni e nel caso queste non fossero solo sporadiche, servirebbe comunque a trasformare il virus in un nuovo ospite da aggiungere alla lista di virus quasi del tutto innocui; e questo, anche senza eradicarlo, ci permetterebbe di convivere senza danno con il parassita”.

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