‘E’ ragionevole pensare che i reinfettati possano essere stati infettivi’

Roma, 14 ott. (Adnkronos Salute) – “I casi di reinfezioni, circa 20 quelli ben documentateci, dicono che non possiamo affidarci all’immunità acquisita tramite l’infezione naturale per ottenere l’immunità di gregge. Questa strategia non solo causerebbe la morte di molte persone, ma neppure funzionerebbe. L’ottenimento dell’immunità di gregge richiede vaccini sicuri ed efficaci e una vaccinazione diffusa della popolazione”. Lo riporta Roberto Burioni, virologo del San Raffaele di Milano, in un articolo pubblicato su ‘MedicalFacts’, il sito di informazione e divulgazione scientifica da lui fondato citando un editoriale pubblicato su ‘Lancet’, “con il quale sono perfettamente d’accordo”, chiarisce il virologo.
Burioni, nella sua riflessione, parte da una domanda: chi è guarito può essere di nuovo infettato da Sars-CoV-2? Per rispondere ricorda che questo è il quesito che “tutti si fanno da mesi nella speranza che l’immunità di gregge potesse essere la soluzione alla pandemia”, sottolinea lo scienziato “ma i dati, però, sembrano dirci altro”. È di ieri la descrizione del primo caso certo di reinfezione negli Stati Uniti. “Un venticinquenne del Nevada, senza nessun disturbo del sistema immune, si è reinfettato 28 giorni dopo la prima infezione. Possiamo essere ragionevolmente certi che si tratta di una nuova infezione e non di una mancata guarigione, perché le caratteristiche genetiche del primo e del secondo virus sono diverse”, osserva Burioni.
“L’elemento clinico degno di nota è che la seconda infezione è stata molto più grave della prima, portando il paziente a un ricovero e alla necessità di ossigenoterapia. Sono a questo punto circa 20 le reinfezioni ben documentate – ricorda lo scienziato – con una paziente che è deceduta inseguito al secondo contagio (ma si tratta di una donna molto anziana e con gravissimi problemi di salute già presenti prima dell’infezione virale)”.
“Prima di tutto dobbiamo considerare che le reinfezioni asintomatiche potrebbero essere più frequenti (le vedremmo solo durante screening casuali), e quindi la protezione clinica fornita dalla prima infezione potrebbe essere molto più solida di quello che ci sembra. Su questo dobbiamo continuare a fare ricerca – prosegue Burioni – I test per la rilevazione degli anticorpi non sono standardizzati, e anche in questo caso non possiamo sapere se i pazienti reinfettati avevano o meno gli anticorpi che in generale sono correlati alla protezione dalle infezioni virali (e che sono indotti dai vaccini in via di sperimentazione), ovvero quelli capaci di neutralizzare il virus. Pure su questo argomento ne sapremo di più con il tempo”.
Ma i pazienti reinfettati sono contagiosi? “Capirlo è molto difficile (bisogna quantificare il virus infettivo e per farlo è indispensabile un laboratorio in cui si possa lavorare in condizioni di altissima sicurezza), ma almeno in qualche caso è ragionevole pensare che i reinfettati possano essere stati infettivi”, conclude il virologo.

Tags: , ,