La responsabilità della recrudescenza di focolai nelle Rsa ‘non può essere data solo agli operatori’

Roma, 20 ott. (Adnkronos Salute) – Contagi e decessi tornano a colpire le residente sanitarie (Rsa) in tutta Italia, da Alberobello a Milano. In Emilia-Romagna si corre ai ripari decidendo di chiudere le visite ai parenti. “Ieri è stato scoperto un focolaio nella più grande Rsa di Bologna, con 40 ospiti positivi. E’ chiaro che queste strutture sono un elemento debole del sistema e accanto ai problemi non risolti, rispetto all’ondata di casi di marzo, oggi ne abbiamo altri. Le Rsa vanno ripensate al più presto anche in ottica Covid”. A lanciare l’allarme, parlando con l’Adnkronos Salute, è Michele Vannini, segretario nazionale Fp Cgil, con delega alla sanità, che fa il punto sulla situazione delle Rsa sul territorio nazionale.
“Oggi nelle Rsa manca il personale – avverte Vannini – I provvedimenti del Governo varati durante l’emergenza Covid-19, che hanno dato la possibilità alle Asl di assumere infermieri e personale socio-sanitario, hanno di fatto portato a una fuga degli operatori dalle Rsa, pubbliche e convenzionate, attratti dalla possibilità di lavorare nel Ssn. Questo è accaduto praticamente in tutto il Nord Italia, così c’è stata un migrazione di personale che ha lasciato scoperte le Rsa e ha messo in ginocchio molti territori. Il Piemonte ha un problema abbastanza significativo nel reclutare personale Oss (operatori sociosanitari)”.
A settembre un report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) dedicato proprio alla prevenzione e al controllo dell’infezione da Sars-Cov-2 in strutture residenziali sociosanitarie, avvertiva della necessità “di garantire laddove siano presenti ospiti Covid-19 sospetti o accertati (anche in attesa di trasferimento) la presenza di infermieri sette giorni su sette h24 e supporto medico”. Ma questo non avviene in molti casi, segnala Vannini.
“Le Rsa non sono pensate per avere una dimensione prevalentemente medica – chiosa il sindacalista – Sono, ad esempio, pochi i medici presenti stabilmente. Il personale non è preparato dal punto di vista clinico, ma solo per l’attività assistenziale. Questo è un limite e in tempi di Covid la scarsa preparazione può fare la differenza. Per questo è necessario pensare a ‘Rsa Covid’ in grado di dare una risposta migliore”.
La responsabilità della recrudescenza di focolai nelle Rsa “non può essere data solo agli operatori”, chiarisce il segretario nazionale Fp Cgil, con delega alla sanità. “Nella fase iniziale tanti lavoratori sono stati lasciati senza protezioni adeguate – ricorda il sindacalista – Nelle Rsa abbiamo fatto i conti con operatori che davvero erano a mani nude. In più è mancata la formazione clinica che prima non era richiesta a chi operava nelle residenze”.
Secondo Vannini, “ora è necessario dare una risposta più pronta, se i pazienti in Rsa si positivizzano occorre spostarli immediatamente in strutture idonee dove posso ricevere l’assistenza specializzata – conclude – Il mondo delle Rsa è fatto di piccole strutture gestite anche da ordini religiosi, un universo eterogeneo quindi in cui va assolutamente garantita l’assistenza migliore ai pazienti e la sicurezza per gli operatori”.

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